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La prova della contaminazione:

Questo è quello che ha detto la dott.ssa Stefanoni il 6 settembre 2011 in udienza davanti alla Corte d’Appello. Lei sapeva benissimo che esistono altri profili Y sulla traccia del gancetto di reggiseno, ma “ma non se la sente di esprimersi”.

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REQUISITORIA PROCURATORE GENERALE PROCESSO APPELLO FIRENZE

Il passaggio significativo è quello del “perché”…  La domanda va fatta ponendosi il problema del perché si sia potuto creare questa situazione di totale antitesi e perché si sia potuti pervenire a questo sbilanciamento che poi a un certo punto la Meredith Kercher si è trovata in qualche modo in questa situazione isolata a dover subire questo peso soverchiante di questa violenza. Perché non c’è dubbio che c’è, che esiste anche il momento sessuale che noi però ricaviamo da questa svestizione alla quale si contribuisce con questo coltellino ma che poi si risolve in una spogliazione e in una penetrazione a mano nuda che noi riconosciamo essere la pressione da parte di Rudy  Guedee. Questo dato esiste, è ben presente, è chiaro  ma, considerando il livello reattivo altissimo  che certamente la vittima ha avuto, questo dato è comunque soverchiato dal quantum di violenza che per giungere a questo modesto esito si deve perpetrare. Qui abbiamo questa spogliazione fatta in questo modo feroce e abbiamo poi questo buttarsi addosso a questa ragazza, evidentemente armati e questo produce quel risultato violento che se vogliamo, è veramente marginale, signori, perché non c’è altro segnale che questo dito di Rudy maldestramente introdotto in questa vagina che poi io devo sentire che si sta a fare considerazioni sulle lacerazioni interne in un contesto in cui questa poveretta si sarà mortificata non immagini quanto nel momento dell’avvenuta penetrazione. Qui il momento della violenza è sicuramente soverchiato , quindi anche da questo punto di vista la storia non ha niente a che spartire con qualche cosa che può nascere da chissà quali impulsi, è una situazione di contrasto che evidentemente crea le condizioni perché si crei uno scontro nel quale certamente la Meredith è da sola contro gli antagonisti. Ma perché uno scontro di questo tipo, perché il 3 contro 1 che è la domanda che bisogna farsi, a questo punto! Pe assolvere all’appetito sessuale di Rudy Guedee per essere coerente con questa cosa, oppure magari c’è un contesto nel quale una vicenda del genere va in qualche modo legata per dargli un senso, perché le cose devono avere un senso. I reati, specialmente quelli più gravi, devono avere un minimo di base, anche un minimo di significato; non posso inventarmi scenari che appaiono suggestivi  ma privi di ancoraggio. Consideriamo che nel momento in cui io ho una coltelleria a disposizione che utilizzo nel modo che si è visto e comincio a servirmene per svestire la ragazza e poi quel coltellino con buona probabilità, ma direi secondo me con certezza, viene usato anche per fare quegli altri servizi sul corpo della ragazza, allora certamente si creano quelle condizioni perché poi la ragazza è come se  dentro smania, urla, scalcia, siamo già in una fase in cui il quantum criminale che viene messo in campo è già particolarmente consistente; non stiamo parlando di una cosa che può nascere di punto in bianco. Se si ragiona su una svestizione che va avanti con penetrazione,  magari per arrivarci ci sarà voluto  un po’ di tempo, intendo dire che la dinamica è tale per cui si forma un reato, anche semplicemente un reato di violenza sessuale aggravata dalla presenza di un’arma. Il dato certo è che si è già creata una condizione perché si versi in un illecito di proporzioni  straordinarie, quindi il dolo che poi conduce all’omicidio ha necessariamente questa sua progressione, per dire, non è che poi  si incide quello del quale ci si vuole liberare perché avevo fin dall’inizio la voglia di ammazzarlo. No! Assolutamente. Altro che futili motivi! Qui son fondati i motivi, sono diciamo l’antitesi della futilità, nel senso che si è già fatto talmente tanto che ve lo immaginate in questa situazione, in cui questa è contenuta come fosse un animale. In questa situazione parte un urlo, un urlo lacerante che spacca il vetro della finestra e spacca la serata. E’ lo spartiacque nel momento in cui la situazione evidentemente va definita, nel senso che a reazione quasi istintiva   ci si libera di chi va zittito, di chi non deve rompere , quindi evidentemente ci si libera anche di chi ormai è diventata una sorta di persona offesa di fatti che sono di particolare gravità . Succede tantissime volte , non è la prima volta in cui da una situazione di questo genere nasce un omicidio come progetto  di togliersi di mezzo la persona contro la quale già si son fatte cose gravi…. Questa progressione è abbastanza razionalmente comprensibile e quindi diventa poi momento nel quale evidentemente si sostanzia la volontà di togliere di mezzo la persona che sa qualcosa che già  l’ha offesa parecchio…

Un approfondimento si impone. La premessa è che certamente nella serata in questione la povera Meredith  Kercher era sicuramente sobria , in attesa di andare a fare il suo riposino serale. Per contro noi abbiamo il dato riconosciuto dagli imputati che una  droga leggera da costoro era stata assunta, lo dicono loro, e quindi evidentemente bisogna tenerlo presente questo elemento, perché non si può attribuire carattere di … all’assunzione dell’hashish o della marijuana, questa droga del sorriso che in qualche modo ha comunque l’effetto di rendere più lasse le persone Questo elemento che viene introdotto anche dallo stesso Sollecito e anche dalla Knox, certamente in qualche modo contribuisce a mettere su una posizione diversa Meredith. Ecco, è in questa situazione che noi abbiamo la presenza di  Rudy. Ora, che Rudy sia sopravvenuto o con i due entrato in casa, spostandosi da dov’erano, non sappiamo. Queste sono ipotesi di lavoro. C’è un Rudy che sicuramente è lì presente e che certamente non ha alcun barlume di ragionevolezza immaginare che Rudy  era presente fin da prima con Meredith perché se noi dovessimo pensar questo dovremmo dar ragione a Rudy quando rappresenta la situazione assolutamente lunare di un accesso a casa con un accordo condiviso con questa ragazzina, che poi tra l’altro si completa con una andata sua in bagno a seguito della quale lui riscontra l’omicida e  vede la presenza della Knox e anche di un tizio di cui lui da le coordinate fisiche che riconducono  a Sollecito. Siccome questa è una cosa che è apparsa non inverosimile, direi peggio dell’inverosimile, a tutti i giudici che hanno trattato Guedee, chiaramente Guedee non era presente. Ora, che ci fossero le condizioni perché egli potesse in qualche modo accedere, il dato ce lo segnala il fatto che era persona non sconosciuta dal punto di vista di chi è, perché si trattava comunque di un gruppettino di ragazzi che frequentavano il vicino campetto di basket…  C’era una presenza di Rudy perché lui nella casa sotto c’era già stato a vedere una corsa di macchine …. Quindi il Guedee  non era persona estranea a questo contesto, figuriamoci se in una situazione del genere può diventare quello che sale da una finestra per andare in bagno. Rudy è questa persona ed è certamente un tipo un po’ fastidioso con le ragazze, ma più che altro è uno che normalmente a quell’ora della giornata non propriamente sobrio, che nella circostanza specifica ha replicato una situazione che già aveva posto in essere. Il Guedee, nella settimana precedente, quindi a stretto giro, era stato nella casa di sotto ed è andato a gabinetto e la circostanza aveva fatto molto rumore perché, essendo un po’ … di alcoolici e cose varie, era abbastanza fatto, tant’è che credo abbia lasciato le feci , diciamo … si è addormentato lì e neanche ha tirato lo sciacquone. Quindi questa presenza un po’ incongrua del Rudy nei gabinetti era già, come dire, a disposizione delle persone e quindi, guarda caso, noi troviamo…  ancora una volta  un uso improprio del bagno da parte di Rudy Guedee perché quelle feci che vennero lasciate lì non è che vennero lasciate da Rudy perché poi c’è un progetto… Certamente sono lasciate lì nel rispetto di una abitudine assolutamente schifosa ed incongrua che egli decisamente aveva perché non c’è dubbio che se noi poi le ritroviamo il giorno dopo quasi su sollecitazione della Knox che dice a Sollecito il racconto; probabilmente c’è un interesse ad accreditare la presenza di un estraneo sul luogo del crimine e quindi questo uso del bagno fatto da un estraneo ha questa funzione. Ma non è che questa nasce per una esigenza di prova di chi ci è andato, l’uso del bagno è evidentemente l’utilizzo di un comportamento abbastanza maleducato e cafone e questo non è poco, a mio parere, perché dobbiamo poi immaginare che se Rudy dopo aver fatto questa cosa dobbiamo pensare che fosse sobrio?…  Dunque questo smodato utilizzo del gabinetto nel modo che ritroviamo si sposa con la situazione successiva e allora diciamo, ecco che, se dobbiamo considerare la presenza di persone che in qualche modo, sul piano della causale, debbano interfacciarsi in questa situazione, è facile immaginare che una Meredith Kercher  abbia un atteggiamento reattivo naturale nei confronti di una invasione di campo di queste proporzioni. Ed è facile quindi che magari abbini anche a questa situazione coloro che con l’uso di queste droghe, sia pure leggere, evidentemente possono dare un sostegno a questo comportamento. E quindi questo può essere un momento sul quale si può scatenare una conflittualità…  Questo aspetto non ha una sua genesi estemporanea perché, se così fosse, a un certo momento si potrebbe ragionare nel senso che , “vabbè, è successo” e allora è strano che di punto in bianco, in una situazione nella quale queste cose avevano una loro assoluta coerenza, si sia potuta sviluppare una situazione del genere. Di certo Guede la cosa (la cacca)  l’ha già fatta, oggi la rifà, si è scatenato questo, ma perché questa solidarietà, perché questa situazione, se non perché evidentemente anche gli interlocutori si son sentiti messi sotto accusa. Ma quali interlocutori? Sollecito, che era un semisconosciuto in quella casa, evidentemente no, ragionevolmente la compagna di stanza, di appartamento. Non è senza significato un dato che il processo ci consegna in modo abbastanza decisivo nelle parole della Mezzetti : nella casa si era posto un PROBLEMA DI PULIZIA, esisteva un problema di pulizia che la Mezzetti certifica essere legato per l’appunto alle abitudini meno confacenti   della Knox . E quindi in questo senso un problema del genere non è che rimane così semplicemente sulla bocca della Mezzetti. No.  Aveva una tale consistenza questo problema, che noi lo troviamo raccontato in un modo diverso; cioè la Mezzetti, con molta circospezione, con molta cautela perché forse si rende conto , poverina, di quanto magari il dato potesse essere usato in qualche modo significativo dentro a questo macello, ecco, segnala che proprio perché c’erano  queste problematiche , non solo si organizzò una distribuzione, e quindi le pulizie settimanalmente  secondo una sorta di fisiologia di quello che accade in una casa di studenti, no, ma c’era un problema di questo motivo: si indicò una penale di 5 euro per chi fosse stato inadempiente rispetto a questa cosa, a questa necessità di tenere la casa pulita. Se la Mezzetti ci dà l’indicazione dei 5 euro evidentemente ci da l’indicazione di una cifra che deve essere significativa.. che trasferisce il dato del problema di organizzare le pulizie nel dato patologico di sanzionare le pulizie non fatte. Quindi certamente, siccome questo deriva da un problema attribuito alla Knox, voi immaginate se la presenza nell’appartamento di un Guede che per l’appunto va a defecare nel bagno della precisina Mezzetti , che addirittura aveva messo la penale per chi sporca la casa. Non vi sembra che questo possa essere un elemento che possa costituire la premessa a una conflittualità che poi magari, evidentemente, ha bisogno anche di essere confortata dal fatto che Rudy è abbastanza su di giri e che evidentemente gli altri due ritengono in qualche modo di doverlo sostenere?. Ecco, questo è il contesto nel quale, a mio parere, questa vicenda si sviluppa…  Siccome Meredith subisce e basta, subisce in modo vergognoso e violento, io devo intanto attribuire a dare verosimiglianza a questo subire nei termini di costruirci sopra un progetto, una ipotesi che sia confacente, quindi devo trovare la ragione, e in un contesto del genere ,è  lo scontro più naturale, per l’appunto quello che riguarda l’unica cosa che in quel momento condividiamo: la responsabilità della gestione dell’appartamento. Direi che, per quanto possa apparire trasmodante il tutto, non ci dimentichiamo che il dato oggettivo della presenza di un Sollecito che di certo esiste, che è trasmodante e che comunque si alimenta nel fatto che il discorso poi prende questa cadenza . Questa progressione deve avere all’inizio una conflittualità che nasce dalla gestione di un appartamento su cui c’è evidentemente qualche punto di contrasto.  Qualcosa devo pur dire… Trovo nei motivi dì appello dei colleghi perugini  due fatti specifici: una situazione di comportamento di Sollecito rilevata dagli educatori  del coso lì, del collegio, in cui emerge in una circostanza particolare la visione da parte di costui di un film a tinte forti nel quale c’erano accoppiamenti tra persone e animali. Quindi questo dato viene utilizzato in quel contesto così come compare agli atti del processo una informativa riguardante l’americana che ci segnala un episodio nel quale la Knox si sarebbe resa protagonista di una sanzione di una multa che la conduce in tribunale. Una vicenda che evidentemente  ha un suo significato. E poi c’è questo rapporto, questa condizione oggettiva diversa che vede da una parte la persona che attende semplicemente di andare a riposare quindi magari può avere un momento di grossa  défaillance quando vede un tizio che entra in casa e magari lascia la porta aperta in bagno, fa quello che deve fare, riempie di fetore la casa e magari lei si pone evidentemente il problema di chi è questo qua e di chi possa essere la responsabilità di questo fatto. E quindi sta in una posizione certamente più lassa dei due imputati che hanno dichiarato di aver fumato droghe leggere…. Un’ultima osservazione: Rudy Guede afferma che c’era una discussione fra le ragazze, una discussione che egli pone a fondamento di questa cosa , un dato che risponde effettivamente ad una situazione di contesto che ha la sua rilevanza… La discussione è legata al fatto che costei fumava troppo e questo discorso del fumar troppo in qualche modo può guardare forse all’aspetto della scarsa pulizia… Resta il fatto che c’è un problema di soldi legato al fatto della pulizia … non abbiamo saputo di chi era quella settimana la responsabilità della pulizia,  ma c’è un dato di fatto: che la gestione dell’appartamento si era spostata dal piano strettamente fisiologico di distribuire i compiti, al piano patologico del dover gestire il problema della pulizia insufficiente che la Mezzetti attribuisce  a delle inadempienze della Knox. Credo che questa parte, che può essere la parte conclusiva della discussione, certamente riempie di contenuti sufficientemente probanti il perché una cosa del genere può essere accaduta nella prospettiva se ci si dovesse interrogare non sul perché questa povera figliola è stata ammazzata , come se dovessimo pensare ad un qualche cosa che in base ad una determinata strategia è stata posta  in essere all’interno di un contesto omicidiario pensato. No. E’ una situazione che evidentemente, in un contesto di persone che si conoscono a malapena, che evidentemente si trovano, devono gestire questo ivoriano puzzolente in casa, certamente può aver determinato quel tipo di conflittualità che può essere alla base, che è stata evidentemente alla base di un tipo di iniziativa del genere. Altro noi non possiamo dire… Altro la vicenda non ci consegna… La vicenda è questa e nell’economia del processo questi elementi vanno valutati in questo modo.   

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Alla luce delle dichiarazioni dei RIS a Firenze vale la pena fare alcune considerazioni:
E’ importante conoscere la quantità del DNA per sapere se è possibile ripetere la analisi e ottenere un risultato affidabile.
E’ necessario fare almeno una seconda amplificazione, sopratutto quando ci si trova alle prese con una scarsa quantità di DNA.
La dott.ssa STEFANONI quando ha analizzato la traccia B sul coltello ha ottenuto come risultato un too low.
Pur non conoscendo ne la quantità del DNA ne da dove esso potesse provenire ed avendo escluso con una sua analisi che potesse essere sangue, ha deciso comunque di procedere, pur essendo consapevole che non avrebbe MAI potuto fare una seconda amplificazione.
Sapendo che la macchina che utilizzava, in condizioni standard, quindi con la taratura già predisposta dalla Ditta produttrice, non avrebbe dato alcun profilo, ha deciso di starare la macchina pur di ottenere qualcosa, pronunciando la ormai famosa frase “O la va o la spacca” .
Ha ottenuto un profilo in cui su 32 ALLELI ben 28 erano al di sotto dell’altezza minima di 50 RFU, altezza al di sotto della quale i dati non potevano essere ritenuti attendibili.
Ha letto il risultato e ha notato che in 2 loci gli alleli non corrispondevano al profilo di Meredith.
Ha dichiarato in aula di fronte al GUP e rispondendo ad una precisa domanda, rivoltale dal consulente del PM (dott. Biondo), che era anche il suo diretto superiore presso la Polizia Scientifica, che “basta che un solo locus non corrisponda per escludere l’attribuzione del DNA ad un soggetto”.
Per cercare di ottenere un miglior risultato, non ha potuto fare di meglio che ripetere l’analisi, che ha chiamato SECONDA CORSA, con quanto le era rimasto del preparato.
A questo punto il minimo che poteva augurarsi è che il secondo risultato fosse uguale al primo, in altre parole è come se una persona fa per due volte una moltiplicazione: si aspetta alla fine della operazione di ottenere lo stesso risultato, E INVECE NO lei ha ottenuto un risultato addirittura peggiore del primo, come si apprezza chiaramente dalla tabella allegata.
Adesso la domanda che vi pongo è:
SE LA STEFANONI NON AVESSE FATTO, QUELLO CHE HA FATTO, QUANTI PROCESSI SI SAREBBERO CELEBRATI CONTRO AMANDA E RAFFAELE?

Francesco e Raffaele Sollecito

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Il presente articolo vuole costituire un’analisi critica della sentenza della Cassazione 26455/13 che il 25 marzo 2013 (con annuncio dato il giorno successivo 26 e pubblicazione della motivazione il giorno 18 giugno 2013) ha annullato con rinvio la sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher, al contempo confermando la condanna a tre anni inflitta in secondo grado alla Knox per calunnia ai danni di Diya Patrick Lumumba.

 
In quest’analisi verranno esaminate una per una le quattordici sezioni o capitoli in cui la motivazione ha suddiviso i motivi della decisione (da pagina 39 a pagina 74), evidenziando per ciascuna quelle che sono per lo scrivente le lacune, le contraddizioni o anche aspetti dubbi da un punto di vista di diritto di tali motivazioni.
 
Chi scrive non ha una formazione giuridica, se non quella da autodidatta che si è fatta seguendo questo e altri casi, perciò l’approccio sarà essenzialmente basato sulla logica e sui principi fondamentali del diritto, sui quali qualsiasi persona di buona volontà si può informare abbastanza facilmente.
 
Per spazzare ulteriormente il campo da fraintendimenti o ambiguità, si dichiara apertamente che l’autore è un fermo innocentista nell’ambito della causa in questione e che tuttavia cercherà di mantenersi, per quanto possibile, obbiettivo e neutrale, sostenendo argomentazioni logiche che siano le più ampiamente condivisibili possibile.
 
Si riconosce tuttavia che una completa obbiettività è in generale estremamente difficile e probabilmente impossibile per chi è decisamente schierato da una parte in un dibattito di questo tipo.
Iniziamo dunque, seguendo passo passo le argomentazioni della Suprema Corte.
 

Capitolo 1 – Premesse sui limiti del sindacato di questa Corte.
 
Basilarmente i Supremi Giudici affermano di aver eseguito la loro valutazione solo nell’ambito del “ragionamento probatorio, quindi il metodo di apprezzamento della prova, non essendo consentito lo sconfinamento nella rivalutazione del compendio indiziario”, anche se poi ulteriormente si precisa che non è affatto impedito ai giudici di Cassazione “di verificare se la valutazione operata sia avvenuta secondo criteri logici”.
 
Il confine è sottilissimo e di fatto si possono trovare sentenze della Suprema Corte in cui tale limite è percepito in un certo modo e altre (tra cui, ad avviso dello scrivente, questa) in cui esso è sentito come alquanto lasco.
 
Un altro campo in cui i criteri della Suprema Corte non appaiono essere sempre così coerenti è quello della valutazione degli indizi in base al comma secondo dell’articolo 192 del Codice di Procedura Penale: in particolare su che rapporto ci sia tra la prima fase in cui gli elementi indiziari vengono valutati ciascuno individualmente per valutarne gravità e precisione e la seconda in cui tutti gli elementi vengono valutati collettivamente (o “osmoticamente”, per usare un aggettivo molto caro agli estensori della presente sentenza) per valutarne la concordanza e anche se tale valutazione collettiva permetta di superare l’ambiguità che essi hanno se presi singolarmente.
 
Particolarmente, la Prima Sezione Penale della Cassazione critica i giudici di secondo grado di Perugia in quanto“la decisione impugnata presenta ictu oculi una valutazione parcellizzata ed atomistica degli indizi, presi in considerazione uno ad uno e scartati nella loro potenzialità dimostrativa, senza una più ampia e completa valutazione”.
 
In realtà la questione è abbastanza aperta ad interpretazioni: altre sentenze hanno interpretato in maniera diversa il rapporto tra le due fasi e i problemi di “atomizzazione” o “frammentazione” del quadro indiziario, per esempio, sempre la Cassazione a Sezioni Unite Penali (33748/2005, Mannino), scrive:
 
“Essendo stato privilegiato dalla Corte palermitana il metodo di lettura unitaria e complessiva dell’intero compendio probatorio, a fronte di una pretesa polverizzazione ed atomizzazione delle fonti di prova asseritamente operata dal giudice di primo grado, si è finito per dare rilevanza anche ad una serie di indizi che, pur analiticamente presi in esame in prime cure e ritenuti ciascuno di essi incerto, non preciso né grave (ovvero, trattandosi di dichiarazioni dirette o de relato di collaboratori di giustizia, neppure assistite da riscontri individualizzanti) e perciò probatoriamente ininfluente, sembravano tuttavia raccordabili e coerenti con la narrazione storica delle vicende, come ipotizzata dall’accusa e recepita dai giudici di appello.

Ma un siffatto metodo di assemblaggio e di mera sommatoria degli elementi indiziari viola le regole della logica e del diritto nell’interpretazione dei risultati probatori.”
 
Che pensare dunque? Forse che il giudizio dipende da quali giudici formano la Corte quel giorno e per quel caso?
 
Comunque, al di là del tema in sé, molto importante per il diritto italiano, nella concreta economia di questo caso, la suddetta disquisizione di principio assume un ruolo alla fine molto secondario, poiché, come vedremo, non si tratterà di stabilire se n elementi indiziari ciascuno poco affidabile individualmente possano essere rivalutati da una valutazione “osmotica”, ma che, grazie alla rivalutazione degli stessi  fatta da questa sentenza, ci si trova davanti a n elementi indiziari già di per sé attendibili individualmente.
 
 
Capitolo 2 – La condanna della Knox per il delitto di calunnia.
 
Come prima annotazione di merito c’è da dire che la Suprema Corte ritiene particolarmente importante e apparentemente addirittura dirimente ai fini della consumazione del reato di calunnia che la Knox abbia confessato alla madre in un colloquio in carcere il 10 novembre 2007 di provare rimorso per l’accusa rivolta a Lumumba, senza però averlo comunicato prima agli inquirenti, segnando così “l’assoluta mancanza di volontà di chiarire presso gli inquirenti la falsa indicazione”.
 
Tuttavia la Suprema Corte sembra ignorare (o quanto meno di sicuro trascura) l’esistenza del memoriale autografo della Knox del 7 novembre, nel quale si legge: “non ho mentito quando ho detto che pensavo che l’assassino fosse Patrick. Ero molto stressata in quel momento e pensavo veramente che lo fosse. Ma adesso ricordo che non potevo sapere chi fosse l’assassino, perché non sono ritornata alla casa [di Via della Pergola]. So che la polizia non sarà lieta di ciò, ma è la verità”.
 
Detto ciò, portiamo invece la nostra attenzione su di un aspetto puramente attinente al diritto, che se pur magari fondatissimo, come argomenta la motivazione, nell’ambito del diritto italiano, potrebbe invece fornire ampio spazio per un ricorso presso il Tribunale Europeo per i Diritti dell’Uomo (ECHR), si afferma infatti:
 
“E’ bene premettere, a confutazione di quanto sostenuto nei motivi di ricorso della difesa dell’imputata, che è principio affermato da questa Corte con continuità quello secondo cui la notizia di reato ben può essere tratta dalle dichiarazioni della persona sottoposta ad indagini preliminari, anche se in ipotesi inutilizzabili per la mancanza dell’avvertimento ex art. 64 c.p.p e che quindi si possa correttamente addebitare il reato di calunnia al dichiarante, sulla base di indicazioni accusatorie inutilizzabili o di dichiarazioni contenute in atto di interrogatorio nullo.”
 
Viene spontaneo chiedersi a cosa serva fornire garanzie e diritti all’imputato se poi le dichiarazioni rese in violazione di tali diritti o garanzie hanno comunque valore alla fine della costruzione di un capo di accusa ed eventualmente di una condanna.
 
In questo senso un ricorso a Strasburgo per violazione dell’articolo 6 (diritto a un equo processo) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) potrebbe avere conseguenze ben al di là di questo singolo caso per la giustizia italiana, visto che la Corte Costituzionale, con sentenza 113/2011 ha di fatto aperto la strada alla revisione quei processi che abbiano violato, in base a sentenza dell’ECHR, l’articolo 6 della CEDU.
 
C’è poi un altro aspetto, eminentemente di diritto, che suscita perplessità: nella sentenza si scrive che “risulta quindi manifestamente illogico il passaggio della sentenza in cui è stato giustificato che la Knox doveva ritenersi certa dell’innocenza del Lumumba, anche se lontana dal luogo del delitto”.
 
Ora, a pensar male verrebbe da dire che i giudici hanno dato per scontata una condanna della Knox per omicidio (o almeno la sua presenza sul luogo al momento dello stesso), ma se si esclude tale pensiero maligno non si può fare a meno di notare che, avendo essi demolito la spiegazione del perché l’imputata poteva sapere il Lumumba innocente per l’omicidio della Kercher (condizione necessaria per l’esistenza del reato di calunnia) nel caso essa stessa fosse estranea (anche fisicamente) al delitto, se mai il nuovo processo di appello dovesse assolvere la Knox, ci si troverebbe ad avere una condanna per calunnia priva di motivazione nel suo elemento fondamentale.
 
Forse sarebbe stato meglio annullare con rinvio anche la condanna della Knox per calunnia…
 
 
Capitolo 3 – La simulazione del furto.
 
La sezione riguardante la presunta simulazione di furto nella stanza di Filomena Romanelli sostanzialmente fa proprie le obiezioni avanzate dal ricorso del PG Galati e si allinea pressoché in toto con la ricostruzione effettuata nella sentenza di primo grado.
 
E’ al di fuori dello scopo del presente articolo una dissertazione puntuale sugli elementi costituenti indicazione o meno di una possibile simulazione, si vogliono invece qui far notare alcune imprecisioni e contraddizioni della sentenza su questo punto.
 
Innanzitutto si afferma che secondo la corte d’appello “l’interesse a simulare sarebbe stato del solo Guede […] tale affermazione del tutto assertiva, non era consentita, anche perché inficiata da contraddittorietà e frutto di omessa considerazione di dati acquisiti definitivamente agli atti. La sentenza che ebbe a condannare Rudy, non smentita sul punto da nuove emergenze, ebbe ad affermare che le tracce delle scarpe sporche di sangue del menzionato segnarono il percorso da lui seguito dalla camera della povera Meredith, alla porta esterna della casa, senza passare dalla camera della Romanelli, atteso che come è stato scritto, le tracce di sangue della vittima segnarono il percorso seguito dal Guede, senza alcuna deviazione”.
 
Allora, per prima cosa la teoria della simulazione da parte di Guede è solo un’alternativa molto secondaria nella motivazione della corte d’appello (Hellmann), in quanto è detto esplicitamente che la corte ritiene non essersi trattato di simulazione ma di vera effrazione, mentre i giudici della Cassazione tendono a presentare questa teoria secondaria quasi come elemento portante della sentenza cassata.
 
Bisogna inoltre dire che non è affatto vero che non vi sono state “nuove emergenze” al di fuori del processo di Rudy che possano mettere in crisi la ricostruzione di cui sopra: alle pagine 103-104 della motivazione di secondo grado si fa esplicito riferimento al fatto che la perizia Vinci ha trovato macchie di sangue sulla parte inferiore del tappetino del bagno, non in corrispondenza con quelle arcinote sulla parte superiore, che potevano essere perfettamente compatibili con l’aver Amanda Knox trascinato con i piedi bagnati tale tappetino dalla doccia fino alla propria camera, cancellando con tale atto una serie di impronte insanguinate lungo tale percorso la mattina del 2 novembre 2007.
 
Come ulteriore inconsistenza si può citare l’asserzione che fotografie e video dimostrerebbero che i frammenti di vetro erano sopra e non sotto i vestiti: in realtà sul fatto che le foto dimostrino l’esatto contrario sono d’accordo tanto la sentenza di primo grado (Massei, pag. 42-43) quanto quella di secondo (Hellmann, pag. 119), per quanto poi differiscano sul valore da attribuire a tali immagini.
 
Infine è da notare che la Suprema Corte, pur dando tanto valore in chiave simulativa ai frammenti trovati sopra gli oggetti, non si chiede come spiegare, sempre nel contesto di una simulazione, quelli trovati sotto.
 
 
Capitolo 4 – La testimonianza Curatolo
 
Il capitolo dedicato all’ormai defunto clochard perugino è nell’opinione dello scrivente un mix di apparente incomprensione di quanto realmente affermato nella sentenza di secondo grado e di escursione nel campo delle valutazioni di merito, cosa da cui, per mandato, la Suprema Corte dovrebbe astenersi.
 
Incomprensione perché, seguendo la falsariga dell’appello Galati, si prospetta il ragionamento della corte d’appello come volto a dimostrare che il Curatolo avrebbe visto gli imputati in Piazza Grimana la sera di Halloween e non la sera del 1 novembre, cosa palesemente impossibile visto che i loro movimenti per la sera del 31 ottobre sono noti e diversi.
 
Il punto però è che la motivazione di secondo grado prendeva spunto proprio dal fatto che il teste collocava i due imputati in un contesto spaziotemporale incoerente e confuso per argomentare che tutta la sua testimonianza era inaffidabile e che non si poteva essere certi di quando e se egli li avesse veramente visti.
 
Per quanto Curatolo possa avere, come ribadisce la Cassazione, riconosciuto i due imputati in aula come i due giovani che egli vide in Piazza Grimana, il fatto che egli li collochi (con abbondanza di dettagli e affermando di averli visti a più riprese) in un contesto, quello della sera di Halloween, in cui essi sicuramente non erano dove egli dice di averli visti, dovrebbe sollevare molti dubbi sull’attendibilità generale della sua testimonianza, ovvero su ogni punto di essa.
 
La Suprema Corte invece ritiene che l’elemento veramente importante a cui fare riferimento (“dato ad elevatissimo quoziente di univocità, più di ogni altro”) è il fatto che nei ricordi del Curatolo egli collochi la vista di uomini vestiti di tute bianche (gli operatori della Polizia Scientifica) intorno al villino di Via della Pergola la mattina dopo la sera in cui afferma di aver visto gli imputati.
 
E’ difficile non considerare questa come una profonda incursione nel terreno delle valutazioni di merito: un conto è criticare (forse senza nemmeno capirlo bene) l’argomentare della sentenza annullata, un conto è indicare categoricamente quali elementi di una testimonianza debbano essere considerati di maggiore o addirittura assoluto valore.
 
Dal capitolo in questione si evince piuttosto chiaramente che la Suprema Corte crede che Curatolo abbia visto i due imputati in Piazza Grimana la sera dell’omicidio, con ciò rivalutando in pieno la ricostruzione della sentenza di primo grado ed è difficile immaginare come tale implicita indicazione possa essere ignorata dai giudici del nuovo processo di appello.
 

Capitolo 5 – La testimonianza Quintavalle.

Per quanto concerne Marco Quintavalle, all’epoca titolare di un minimarket nei pressi di Piazza Grimana e che testimoniò di aver visto Amanda Knox entrare nel suo esercizio molto presto la mattina del 2 novembre, le critiche della Suprema Corte alla sentenza di secondo grado si concentrano sull’averne sminuito il valore indiziario, sull’aver trascurato alcuni dettagli della testimonianza e sulla valutazione della formazione progressiva nel tempo della convinzione da parte di Quintavalle di aver visto proprio la Knox quella mattina.
 
Sul primo punto la sentenza della Cassazione contesta che “la corte ebbe a premettere (pag. 51 sentenza) che il dato che la Knox si fosse presentata di primissima mattina ad acquistare detersivi il giorno seguente al fatto di sangue, anche se accertato, non rivestiva alcuna rilevanza. Ebbene questo semplicemente non è vero, perché a pagina 51 della sentenza di secondo grado sta in verità scritto: “In verità si tratterebbe, anche se in ipotesi circostanza vera, di un elemento indiziario debole, in quanto di per sé solo non idoneo a provare neanche presuntivamente la colpevolezza”, che è cosa diversa.
 
Passando al secondo punto la Suprema Corte accoglie le doglianze del PG sull’omissione, in fase di motivazione da parte della corte d’appello di Perugia, del fatto che il Quintavalle avesse affermato di aver visto ad un certo punto di fronte e da distanza ravvicinata la ragazza. Si può accogliere l’obiezione in se stessa, in quanto il punto avrebbe dovuto essere considerato, tuttavia sarebbe stato da meglio valutare se davvero tale omissione potesse far cadere nell’illogicità o nella carenza motivazionale l’intera trattazione del Quintavalle da parte della sentenza di appello.
 
Infatti tale sentenza considerava anche altri aspetti critici nella testimonianza del Quintavalle, quali l’aver affermato che la supposta Knox indossasse un cappotto grigio, da lei mai posseduto, nonché il fatto che questa ragazza nulla aveva acquistato nel suo negozio (su questo punto Quintavalle non è chiaro ma dai suoi scontrini di cassa non risultano acquisti per quell’ora), dettaglio che mal si concilierebbe con la presunta necessità, secondo l’impianto accusatorio e la sentenza di primo grado, da parte della Knox di acquistare materiale per effettuare la pulizia della scena del crimine.
 
Da notare, en passant, che con una certa originalità, la Cassazione identifica tali pulizie con quelle di indumenti, non di pavimenti come generalmente ritenuto nelle ipotesi accusatorie.
 
Ma infine il punto più importante è probabilmente il terzo, cioè se la convinzione del Quintavalle di aver davvero visto Amanda Knox si formò solo progressivamente nel tempo e se in tal caso tale convinzione può essere ritenuta credibile.
 
La Suprema Corte su questo aspetto sembra un po’ ambigua, perché di fatto conferma che la convinzione si formò nel tempo, ma pare accettare tale evoluzione come fatto normale se non addirittura rafforzativo della deposizione.
 
In particolare si legge “il teste ebbe a chiarire nei passi della sua deposizione, di essersi convinto della identità della ragazza apparsa sui giornali con quella che si presentò a lui di prima mattina il 2 novembre 2007, visto che dalla foto non appariva il colore degli occhi, ma di avere acquisito certezza, una volta vista direttamente la ragazza in aula.[…] il testimone ebbe a spiegare le ragioni delle sue perplessità e la evoluzione della sua convinzione in termini di certezza”.
 
Dunque a parere dei Supremi Giudici Quintavalle acquisì la certezza della propria identificazione della ragazza da lui vista con Amanda Knox soltanto quando la vide in aula e cioè anche dopo un anno dal fatto, diciamo pure un anno e mezzo.
 
Se poi il problema del Quintavalle era tutto nel fatto che dalle foto in bianco e nero dei quotidiani non si poteva riconoscere il colore degli occhi della Knox, viene spontaneo chiedersi come mai il teste non sia stato spinto dalla propria incertezza a procurarsi una copia dei tanti settimanali pieni di belle foto a colori che nel corso di quell’anno misero più volte tanto in copertina quanto nelle pagine interne numerose foto, appunto a colori, della Knox, tratte tanto dalle udienze preliminari quanto di fonte americana.
 

Capitolo 6 – La mancata valorizzazione del memoriale della Knox.
 
La sentenza della Corte di Cassazione ritiene che la corte d’appello non abbia valutato con sufficiente attenzione il memoriale scritto dalla Knox nella mattina del 6 novembre, nel quale essa si colloca apparentemente nella casa di Via della Pergola al momento del delitto.
 
La Suprema Corte ammette che si tratta di affermazioni scritte “collocandosi in un contesto più onirico che reale” e che “si tratta di riflessioni di dubbio significato sostanziale”, ma tuttavia afferma che “non potevano essere liquidate – come furono –sul presupposto della pressione psicologica a cui fu posta l’autrice e della manipolazione psichica operata, in primis perché lo scritto fu confezionato della piena solitudine successivamente agli eccessi inquisitori e poi perché proprio quello scritto venne usato dalla stessa corte di secondo grado come base probante del delitto di calunnia, sul presupposto della piena capacità di intendere e volere, tanto da venire la Knox condannata anche sulla base di questo scritto”.
 
Qui sono due i punti dove la motivazione della sentenza appare perlomeno dubbia.
 
Il primo riguarda quanto il fatto che il memoriale sia stato scritto qualche ora dopo la fine dell’interrogatorio notturno possa renderne il contenuto libero dagli effetti psicologici degli “eccessi inquisitori”: la Suprema Corte tanto in questa sezione quanto in quella precedente dedicata alla calunnia lo dà praticamente per scontato, ma è un aspetto in realtà  molto discutibile.
 
Sul secondo aspetto il discorso è sottile: la corte di secondo grado afferma sì che il memoriale non fu scritto in una condizione di incapacità di intendere e volere (Hellmann pag. 34), tuttavia tale memoriale viene pure definito “la narrazione confusa di un sogno” (Hellmann pag. 32) e che in esso l’autrice “scrive di una confusione totale, di non essere in grado di ricordare quanto le viene chiesto” (Hellmann pag. 33): è dunque quantomeno dubbio che davvero la corte di secondo grado abbia ritenuto tale memoriale un elemento a carico nella condanna per calunnia.
 

Capitolo 7 – La mancata valutazione del contenuto della sentenza definitiva pronunciata contro Rudy Guede.
 
Uno dei più controversi aspetti della sentenza sotto esame è senza dubbio il forte legame di dipendenza nei confronti della sentenza passata in giudicato del processo con rito abbreviato a cui è stato sottoposto Guede separatamente dagli altri due imputati.
 
E’ in realtà un problema che in prospettiva potrebbe toccare molti altri casi in Italia e che ha le sue radici nell’istituzione stessa, nel 1990, del rito abbreviato.
 
Il rito abbreviato avviene “allo stato degli atti”, cioè in questo caso facendo riferimento alle evidenze probatorie raccolte fino all’udienza davanti al GUP Micheli nell’autunno 2008; talvolta può essere ordinata una perizia aggiuntiva, ma non è stato questo il caso, eccetto che per una valutazione sul lavoro svolto dai laboratori della Polizia Scientifica.
 
Ora, è chiaro che il rito abbreviato è più veloce di quello ordinario ed è pure quasi sempre vero che si basa su informazioni parziali, dato che usualmente nel rito ordinario ne emergono altre durante il dibattimento (perizie, testimonianze, etc.).
 
Di conseguenza è praticamente inevitabile che se per un dato crimine ci sono più imputati e uno di essi  sceglie (ed è un suo insindacabile diritto) il rito abbreviato, l’esito del suo giudizio (che si basa quasi sempre su di un insieme di prove più limitato o addirittura superato perché corretto da successive evidenze emerse nel rito ordinario) arriverà ad essere confermato dalla Corte di Cassazione prima di quello degli altri imputati che hanno scelto il rito ordinario e, come ben si vede in questo caso, lo influenzerà pesantemente.
 
Questo è un grosso problema di diritto per l’Italia ma nel caso specifico potrebbe avere anche grosse conseguenze su di un’eventuale richiesta di estradizione della Knox a seguito di un’eventuale condanna, in quanto potrebbe configurarsi una violazione dei suoi diritti costituzionali (che hanno la precedenza sugli impegni dei trattati) in quanto l’esito del suo giudizio è fortemente dipeso da quanto deciso in un processo in cui lei non era rappresentata.
 
Questo aspetto è parzialmente vero anche in Italia ed infatti la Cassazione ammette che la sentenza Guede non può essere considerata “vincolante” per l’altro giudizio, tuttavia nel contesto statunitense esso è decisamente più sentito.
 
Lo scrivente non è certo un esperto di diritto USA (e nemmeno di quello italiano, se per questo), tuttavia ha seguito con molta attenzione un caso che, tra l’altro, è stato riaperto più o meno in contemporanea con quello di Perugia, quello della cittadina americana residente in Arizona Debra Milke, accusata di aver cospirato con due complici al fine di uccidere il proprio figlio di quattro anni nel 1989.
 
Ebbene quando i tre “cospiratori” vennero sottoposti a giudizio dopo il fatto si ebbero tre processi successivi separati e praticamente a tenuta stagna, nel senso che le dichiarazioni rese in uno di essi o i risultati di uno di essi non vennero neppure citate negli altri, nonostante i tre fossero accusati di cospirazione tra loro: è molto evidente quindi quanto diverso sia l’atteggiamento americano in merito.
 
Tornando ora alle questioni italiane e a questa particolare sentenza, la prima cosa che causa una certa perplessità relativamente al ragionamento svolto dalla Suprema Corte per l’indebita noncuranza della sentenza Guede da parte dei giudici d’appello di Perugia è la sua insistenza sull’importanza del possesso delle chiavi di Via della Pergola da parte della Knox.
 
Causa perplessità perché a fronte di un ragionamento piuttosto esteso ed argomentato della sentenza di secondo grado, che elenca i diversi motivi per cui la sentenza Guede oltre ad essere non vincolante è pure da considerarsi superata sotto l’aspetto della ricostruzione dei fatti, il primo e più pesante motivo di critica da parte della Suprema Corte sia la mancata considerazione della disponibilità delle chiavi.
 
Innanzitutto questo è un elemento che, pur avendo pesantemente influenzato le indagini sin dall’inizio, di per se stesso è molto meno ovvio di quanto sembrano credere tanto la Suprema Corte quanto la Pubblica Accusa, quasi che in tutta la storia del crimine mai ci sia stata occorrenza di un crimine da parte di qualcuno introdottosi in un’abitazione attraverso una scusa o sfruttando una conoscenza occasionale con la vittima.
 
In secondo luogo è poi particolarmente dubbio il modo in cui tale elemento (la disponibilità delle chiavi) dovrebbe rendere più significativo o di maggior influenza il giudicato del processo Guede nell’ambito del processo a Knox e Sollecito.
 
E’ ben vero che i supremi giudici argomentano che “la conclusione dei giudici di secondo grado, secondo cui anche a volere tenere ferma l’ipotesi del concorso necessario di persone, non per questo la sentenza [Guede] assume valore probatorio determinante per riconoscere negli attuali imputati i correi di Rudy, è frutto di un ragionamento basato su un’insufficienza argomentativa, poiché il dato della presenza di altre persone andava necessariamentecorrelato con il dato della disponibilità della casa”, tuttavia, anche a voler accettare quell’assai arbitrario “necessariamente”, anche volendo perciò assumere che Knox e Sollecito sono più candidati di altri a ricoprire il ruolo di complici di Guede perché avevano le chiavi, qual è il contributo aggiuntivo che la sentenza su Guede dà su questo punto, visto che la sua presunta importanza può essere ricavata in maniera del tutto autonoma da esso?
 
Forse la vera risposta sta in un passaggio successivo della sentenza sotto esame: “la sentenza acquisita [quella della Cassazione su Rudy] escludeva che il Guede fosse autore della simulazione di reato che veniva riconosciuta sussistente ed imputabile ad altri soggetti”.
 
Un passaggio che suona tanto come “l’effrazione è simulata perché così si è deciso in un altro processo passato in giudicato”.
 
Certamente poi la Suprema Corte cita alcuni dettagli tratti dalla sentenza su Guede e a suo dire trascurati dalla corte d’appello nella sua valutazione dell’effrazione, tuttavia a questi se ne potrebbero opporre altri di segno opposto e la sensazione generale che si trae dalla lettura di questo capitolo è che i supremi giudici ritengano come dato definitivo l’esistenza di una simulazione e che a tale dato i giudici del processo a Knox e Sollecito, passati e futuri, si debbano scrupolosamente attenere.
 
Con una conclusione un po’ pilatesca i supremi giudici chiudono il capitolo dicendo che vi è un “difetto di adeguata motivazione nel passaggio cruciale della ricostruzione del fatto che attiene alla presenza di concorrenti nel reato, nell’abitazione nella disponibilità oltre che della vittima, della sola Knox, in quella maledetta serata, profilo che non va sicuramente inteso in un automatismo probatorio, ma che costituisce un segmento significativo nell’itinerario ricostruttivo, da valutare unitamente agli altri elementi di prova.”

Un colpo al cerchio e uno alla botte.
 

Capitolo 8 – La valutazione delle dichiarazioni rese da Rudy Guede nel giudizio di appello.
 
A modesto parere dello scrivente il capitolo parte con un equivoco, attribuendo un significato errato a quanto affermato dalla corte di appello nella sua sentenza in merito alle dichiarazioni del Guede.
 
Avevano infatti scritto Hellmann e Zanetti (pag. 35): “Per quanto possa sorprendere, Rudy Guede non è stato mai interrogato nell’ambito del presente processo circa i fatti verificatisi la notte tra il 1 ed il 2 novembre 2007 in via della Pergola; né prima ai sensi dell’art. 210 c.p.p., né successivamente ai sensi dell’art. 197 bis c.p.p. cosicché, a prescindere dalla attendibilità o meno del medesimo, non sussistono dichiarazioni rese in tale veste aventi per oggetto i fatti principali del processo.”
 
Questa è un’affermazione neutra: si dice che Guede non ha mai testimoniato sui fatti nel contesto del processo Knox-Sollecito e si citano gli articoli del Codice di Procedura Penale in base al quale ha potuto esimersi dal farlo. Nient’altro.
 
Ora leggiamo invece le conclusioni della Suprema Corte sul punto, che peraltro riprendono quasi letteralmente il testo dell’appello Galati , anch’esso all’apparenza caduto nell’equivoco:
 
“vizio di violazione di legge riscontrabile, ictu oculi, nel passaggio della sentenza in cui viene fatto carico al Guede (e verosimilmente all’organo dell’accusa) di non esser stato mai interrogato né in primo, né in secondo grado. Come correttamente rilevato dalla parte pubblica ricorrente, Rudy Guede era all’epoca del giudizio di primo grado a carico dei due fidanzatini, imputato in processo connesso ex art. 12 comma 1 lett. a), con il che l’art. 210 comma 4 cod.proc.pen. gli consentiva di non rispondere. L’art. 197 bis comma 4 cod. proc. pen. inoltre lo scioglieva dall’obbligo di deporre su fatti per cui era stata pronunciata la sua colpevolezza con sentenza di condanna, avendo egli negato le sue responsabilità e non avendo reso alcuna dichiarazione. Dunque nessuna forzatura della procedura sarebbe avvenuta per compiacere il coimputato, a danno di Knox e Sollecito, ma stretta osservanza dei parametri normativi di riferimento; né può essere ritenuta l’inattendibilità del medesimo, sul semplice presupposto che ebbe a rifiutarsi di deporre, essendosi semplicemente avvalso del suo buon diritto, riconosciutogli dalla legge.”
 
Si noti bene che si citano gli stessi articoli del Codice di Procedura Penale per dire la stessa cosa: Guede aveva diritto di tacere e l’ha fatto.
 
Punto.
 
Dove nella sentenza di secondo grado si accennerebbe a “favori” fatti dalla Pubblica Accusa al Guede a danno di Knox e Sollecito?
 
Dove nella sentenza di secondo grado si dichiara di ritenere il Guede inattendibile per il solo fatto di non aver testimoniato?
Dove?
 
Il resto del capitolo demolisce le ragioni con le quali la corte di secondo grado aveva ritenuto di vedere nella conversazione via Skype del Guede con l’amico Benedetti elementi favorevoli agli imputati Knox e Sollecito.
 
Per far questo, oltre a ripetere, avvalorandolo, un punto dell’appello Galati particolarmente discutibile, ovvero quello in cui si ritiene che Guede, collocandosi sul luogo del delitto al momento del delitto ma in un orario antecedente a quello ritenuto vero dall’accusa abbia voluto depistare, continua dando poi al Guede una notevole patente di totale inaffidabilità e definendolo pure “sicuramente protagonista principale” del crimine.
 
Il motivo per cui causa forte perplessità l’argomentazione del depistaggio è presto detto: non si capisce davvero che effetto depistante si otterrebbe a piazzarsi sul luogo del crimine al momento del crimine ma alterando tale orario.
 
Si capirebbe l’intento depistante se Guede avesse dichiarato di essersene andato mentre la Kercher era viva e vegeta, ma dichiarando di aver assistito al crimine e spostandolo di un paio d’ore (secondo la Pubblica Accusa) non si capisce davvero che effetto depistante si prefiggerebbe.
 
Al contrario, visto che nega la sua partecipazione materiale all’omicidio, avrebbe ogni motivo di riportare il corretto orario proprio per acquisire credibilità agli occhi degli inquirenti.
 
D’altra parte poi l’unico effetto depistante che si può ottenere collocandosi nel posto sbagliato al momento sbagliato ma cambiando l’orario è quello di apparire come un mitomane, ma qualcuno che ha lasciato le tracce che il Guede ha lasciato sulla scena del crimine e che sa di essere ricercato proprio in virtù di quelle tracce, non può davvero sperare di essere ritenuto un semplice mitomane.
 
Dicevamo poi che a Guede viene data una qualifica di totale inattendibilità, e infatti le parole “inaffidabilità” e “generale” o “totale” vengono ripetute tre volte in una pagina: di conseguenza è ragionevole attendersi che qualsiasi dichiarazione futura di Rudy Guede non  avrà influenza alcuna sul processo a Knox e Sollecito.
 
Oltre a sancirne l’inattendibilità, la Suprema Corte addossa però a Guede anche un livello di responsabilità nel crimine che potrebbe avere, questo sì, effetti sul giudizio riguardante gli altri due imputati.
 
Con quella che, ad essere onesti, suona un po’ come un’incursione nel merito, la Suprema Corte afferma infatti (pag. 57): “Il messaggio captato non poteva essere valutato attendibile, non foss’altro per il fatto che lo stesso autore [Guede] si teneva lontano da quel fatto di sangue di cui fu sicuramente protagonista principale, per le numerosissime tracce che ebbe a lasciare sul luogo del delitto”

Si parlava di incursione nel giudizio di merito perché quanto sopra citato potrebbe essere letto come un’ammissione che Guede ha lasciato molte più tracce dei suoi complici e che quindi egli ha maggior responsabilità, da ciò potendo conseguire che la pena dei suoi complici andrebbe ridotta rispetto alla sua.
 
Questo è un punto potenzialmente foriero di notevoli conseguenze pratiche, come meglio vedremo nell’analisi della sezione conclusiva, la quattordicesima.
 

Capitolo 9 – Rigetto dell’istanza di audizione di Aviello Luciano.
 
Luciano Aviello è un pregiudicato e compagno di prigionia di Sollecito, che venne prima presentato come testimone della difesa, con un racconto abbastanza improbabile in base al quale l’assassino della Kercher era il fratello del teste, per una storia di quadri; in un secondo tempo Aviello ritrattò e divenne testimone d’accusa, affermando che Raffaele Sollecito in carcere gli aveva confessato le responsabilità proprie e della Knox nell’omicidio, avvenuto per motivazioni di tipo “sessuale”.
 
Ora, a prescindere dall’attendibilità intrinseca di un teste capace di così notevoli giravolte a 180 gradi, tema sul quale la Suprema Corte non si esprime, dicendo solo che da un’eventuale audizione “il giudizio di inaffidabilità avrebbe anche potuto essere rafforzato”, il resto del capitolo è un discorso di dettaglio su questioni procedurali che superano di gran lunga le competenze in materia dell’autore del presente articolo e perciò ci si rimetterà alle conclusioni della Corte.
 
Se proprio dobbiamo sentire Aviello, con questa o quella versione, vorrà dire che lo sentiremo a Firenze.
 
 
Capitolo 10 – La riparametrazione operata in secondo grado sull’ora della morte.
 
E’ questo il capitolo in cui forse la Suprema Corte entra più pesantemente nell’ambito del giudizio di merito, formulando anche proprie ipotesi alternative e cioè sollevando ampie perplessità sul rispetto dei limiti che essa stessa si era imposta, in accordo con le norme di legge, nel capitolo primo della motivazione.
 
Sostanzialmente la Corte ritiene che la determinazione dell’orario della morte di Meredith Kercher così come effettuato nella sentenza di primo grado, basandosi prevalentemente sulle più o meno convergenti testimonianze delle signore Capezzali, Monacchia e Dramis, superi per logicità e affidabilità quella effettuata dalla corte d’appello, che si basava soprattutto su di elementi riscontrati da una perizia sul telefonino della vittima, sulla chat di Guede con Benedetti e su alcune considerazioni logiche.
 
La Suprema Corte applica nei confronti della chat via Skype di Guede tanto un’operazione di negazione di validità basata sul giudizio di totale inaffidabilità del Guede emesso nel procedimento che lo ha riguardato, quanto una logica secondo la quale le parole di Guede possono solo essere accettate o totalmente o per nulla.
 
Infatti i supremi giudici censurano la corte d’appello di Perugia per essersi basata su alcune affermazioni fatte da Guede nella suddetta chat e relative all’orario della morte (da lui indicata intorno alle 21.30), al contempo non prestando attenzione al fatto che nella stessa chat Guede collocava Amanda Knox sulla scena del crimine e che soprattutto escludeva “di aver visto rotto il vetro della camera della Romanelli per tutto il tempo in cui ebbe a trovarsi in detta dimora. Realtà del tutto disattesa dalla corte, in un passaggio immediatamente successivo, allorquando ebbe a concludere che fu il Guede ad essere entrato dalla finestra della stanza della Romanelli, dopo aver lanciato il sasso di quattro chili dal terrapieno esterno sottostante la finestra, così realizzando un’insanabile contraddizione interna, che evidenzia il tasso sempre più marcato di illogicità che permea la sentenza”.
 
Dunque Guede per la Suprema Corte è come la Rivoluzione Francese per Clemenceau: può essere solo accettato o rifiutato in blocco, come un tutt’unico.
 
Non sembrano pensare i supremi giudici che l’autore di un’effrazione possa avere interesse a negarne l’esistenza piuttosto che ad ammetterla, né forse si sono resi conto che Guede nella chat non parla esplicitamente di Amanda Knox ma di una voce femminile che sente discutere animatamente con Meredith Kercher (in una lingua non specificata, ma è dubbio che Guede sarebbe stato in grado di riportare il contenuto di un litigio tra due persone di madre lingua inglese che in tale stato d’animo non si sarebbero certamente messe a cercare le parole in italiano) e che tra l’altro è stata fatta entrare in casa dalla Kercher dopo aver suonato il campanello, particolare questo che dovrebbe generare almeno qualche dubbio sull’identità della sconosciuta negli strenui sostenitori della teoria della “disponibilità delle chiavi”.
 
Comunque, una volta tolto ogni valore all’orario riportato in chat da Guede, la Suprema Corte prosegue demolendo il valore probatorio dell’esame delle tracce sul cellulare della vittima e qui compie un passo particolarmente critico, formulando ipotesi alternative proprie su elementi di fatto: “suona del tutto implausibile che si possa fondare un’alternativa ipotesi ricostruttiva sulla base del fatto che poiché la vittima non ebbe a ripetere la chiamata a casa dopo le 20.56, sarebbe giocoforza ritenere l’intervento di accadimento infausto: la prima mancata risposta dei familiari potrebbe aver indotto la giovane a ricordare impegni serali degli stessi che si potevano protrarre fino a tardi e quindi è assolutamente ragionevole pensare che la giovane inglese abbia desistito, per ragioni non legate necessariamente alla sorte che le sarebbe poco dopo toccata.”
 
Si richiama ora quanto scritto dagli stessi giudici nel capitolo ottavo della stessa sentenza a pagina 56: “avendosi riguardo a parametri valutativi non già rimpiazzabili con altri non meno validi e congruenti (situazione che precluderebbe qualsivoglia incursione ad opera di questa Corte, Sezioni Unite, 31/5/2000 n°12) ma a …”.
 
Andando un passo oltre citeremo anche un articolo (http://docente.unife.it/cristiana.valentini/materiali-1/Motivazione-Canzio.pdf) del consigliere di Cassazione Giovanni Canzio sul tema dei limiti dell’operato della Corte di Cassazione nei confronti di una sentenza di appello e in particolare il seguente passaggio a pagina 6 dello stesso:
 
“In ordine alla definizione dei confini del controllo di legittimità sulla motivazione in fatto, può dirsi peraltro ormai consolidato il principio giurisprudenziale, ripetuto in plurime sentenze delle Sezioni Unite penali (Cass., Sez. un., 13/12/1995, Clarke; Sez. un., 19/6/1996, Di Francesco; Sez. un., 30/4/1997, Dessimone; Sez. un., 24/11/1999, Spina; Sez. un., 21/6/2000, Tammaro; Sez. un., 31/5/2000, Jakani; Sez. un., 24/9/2003, Petrella; Sez. Un., 30/10/2003, Andreotti; Sez. un., 12/7/2005, Mannino), per il quale la Corte di cassazione ha il compito di controllare il ragionamento probatorio e la giustificazione della decisione del giudice di merito, non il contenuto della medesima, essendo essa giudice non del risultato probatorio, ma del relativo procedimento e della logicità del discorso argomentativo. Le contestazioni del ricorrente non possono risolversi in una non ammessa rilettura degli acquisiti elementi di prova, perché la Corte non può procedere a una nuova e diversa valutazione degli elementi materiali e di fatto delle vicende oggetto del processo, e che le ricostruzioni alternative, al pari delle censure sulla selezione e l’interpretazione del materiale probatorio, non sono idonee ad accedere al giudizio di legittimità, poiché, in presenza di una corretta ricostruzione della vicenda, non è ammessa incursione alcuna nelle risultanze processuali per giungere a diverse ipotesi ricostruttive dei fatti, né la possibilità di scrutinare la rispondenza della motivazione alle acquisizioni processuali.”

Certamente la ricostruzione della vicenda deve essere “corretta”, ma in questa particolare sezione della sentenza della Cassazione non si sta argomentando che l’uso fatto delle tracce trovate sul telefono della vittima è “illogico” o “contraddittorio”: si postula semplicemente un’ipotesi alternativa, magari anche possibile, ma semplicemente alternativa, non sostitutiva di un ragionamento illogico.
 
Preso atto di tale apparente forzatura, andiamo avanti e passiamo all’elemento centrale del capitolo: le testimonianze di Capezzali, Monacchia e Dramis.
 
La Capezzali riferisce di aver sentito un urlo straziante e poi poco dopo passi su di una scaletta in ferro e sulla ghiaia e sulle foglie secche di Via della Pergola.
 
La Monacchia sente un urlo, ma non passi di nessun genere.
 
La Dramis non sente l’urlo ma “passi di corsa sotto la finestra, come non ne aveva mai sentiti”.
 
Ora, a parte chiedersi come dovessero essere questi passi per meritarsi una tale qualifica di unicità, bisogna anche notare che le tre donne non guardano l’orologio e riferiscono la collocazione temporale dei fatti da loro testimoniati semplicemente come avvenuti più o meno dopo le 22.30 in tutti e tre i casi, ma quanto dopo non è dato sapere se non con margini di errore di almeno trenta minuti.
 
La Suprema Corte ritiene tali testimonianze concordanti e non si fa nessun problema sull’orario, diversamente dalla corte di appello che aveva scritto “mezz’ora più o mezz’ora meno non sono affatto indifferenti”.
 
Non contenta di ciò, la Suprema Corte fa un’altra incursione, verrebbe da dire alquanto esplicita, nell’ambito del giudizio di merito, definendo categoricamente (pag. 63) “l’urlo straziante sicuramente della povera Meredith”.
 
Di fatto quindi la Suprema Corte ha fissato l’ora della morte di Meredith Kercher a beneficio dei giudici del prossimo processo.
 
A sostegno di tale pesante affermazione i supremi giudici citano ancora il fatto che “dell’urlo straziante ne ebbe a fare cenno anche la stessa Amanda nel suo memoriale”, del cui contesto “più onirico che reale” gli stessi giudici avevano parlato qualche pagina prima ed infine il particolare che avendo i dati tanatologici indicato un range per l’ora della morte dalle ore 18.50 alle ore 4.50 del 2 novembre, le ore 23/23.30 del 1 novembre vi cadrebbero perfettamente in mezzo.
 
Non viene invece trattato, neppure per confutarlo, l’argomento speso dalla corte d’appello considerando che la vittima era ancora, quando fu aggredita, vestita  nello stesso modo in cui era stata vista per l’ultima volta dall’amica Sophie Purton e che a quest’ultima la Kercher aveva detto di essere stanca e di voler andare a dormire presto, rendendo così improbabile che fosse rimasta due ore sul letto ancora sveglia e pure vestita di tutto punto.
 
 
Capitolo 11 – Le ordinanze con cui venne disposta una nuova perizia genetica e con cui successivamente venne rigettata l’istanza di nuova perizia sulla nuova traccia campionata.
 
Come in un crescendo giungiamo qui ad uno degli elementi più controversi di tutto il caso ( e anche della sentenza), ovvero le perizie genetiche.
 
L’argomento è diviso in tre capitoli, questo, l’undicesimo, tratta specificamente delle tracce sul coltello sequestrato a casa di Sollecito e supposta arma del crimine, il successivo dodicesimo capitolo delle indagini genetiche più in generale e dell’argomento contaminazione in particolare, mentre il tredicesimo capitolo si occupa delle impronte e delle altre tracce, particolarmente quelle nel bagno piccolo in uso a Knox e Kercher.
 
A proposito della perizia Conti-Vecchiotti ordinata dalla corte d’appello, il ricorso Galati si era spinto fino a chiedere che ne fosse dichiarata l’illegittimità: su questo punto la Suprema Corte è molto chiara e pur dicendo che la sua necessità è stata malamente motivata, tuttavia ritiene tale perizia assolutamente legittima da un punto di vista di diritto.
 
Ciò che invece i supremi giudici censurano in questo capitolo è il fatto che non sia stata testata la nuova traccia campionata dalla Vecchiotti sul coltello, secondo loro addirittura in prossimità di quella attribuita “con forti contestazioni” alla vittima, cosa che a memoria dello scrivente non dovrebbe essere proprio corretta visto che la nuova traccia “36I” si trova vicino al manico, mentre la vecchia, famosa, 36B si trovava più vicino alla punta della lama.
 
Comunque, al di là di simili dettagli, è interessante analizzare la logica argomentativa della Suprema Corte su questo aspetto.
 
I supremi giudici ripetono più volte che tale decisione (di non testare la nuova traccia) è stata una decisione“assunta in solitudine da uno dei periti, la prof. Vecchiotti, senza una documentata preventiva autorizzazione in tal senso da parte della Corte […] Tale scelta incontrò peraltro la successiva condivisione del Collegio” e poi più oltre“In ogni caso non poteva uno dei componenti il collegio peritale assumere la responsabilità della decisione di autoridursi il mandato ricevuto”, non si capisce quindi se la Vecchiotti doveva chiedere un’autorizzazione scritta della Corte a non testare o se doveva testare comunque ed in ogni caso.
 
Dalle argomentazioni successive della Suprema Corte pare infine di capire che si doveva testare comunque e poi eventualmente discutere della affidabilità o meno dei risultati.
 
Nel corso di tale ragionamento la Suprema Corte entra di nuovo considerevolmente nel tema delle prove fattuali, arrivando a citare i dieci picogrammi (o anche meno) che Novelli, consulente della Procura, ritiene essere la soglia di sensibilità della strumentazione attuale in ambito diagnostico (che la Suprema Corte ritiene esplicitamente essere del tutto equivalente a quello forense) e anche i 120 picogrammi in cui, diversamente dalla Vecchiotti, la professoressa Torricelli, consulente delle parti civili, ha quantificato la sostanza utile sulla nuova traccia.
 
In tutto questo trionfo di argomentazioni tecniche nell’ambito di un giudizio di legittimità, si dice pure che il verbale in cui la Vecchiotti giunse alla conclusione di non procedere al test, non venne “ovviamente” sottoscritto dai consulenti del Procuratore Generale e delle parti civili, punto seccamente contestato da Sollecito dopo la pubblicazione della motivazione e di cui magari sentiremo riparlare nel prossimo processo.
 
Sono due i punti però sui quali possiamo fondare una valutazione critica.
 
Innanzitutto, cos’è una “moderna tecnica di analisi sperimentata”, alla quale, secondo la Suprema Corte, la nuova traccia dovrebbe essere sottoposta?
 
Sono i mezzi di cui parla Novelli con i loro 8-10 picogrammi di sensibilità di soglia, magari usati abitualmente sugli embrioni, ma che non sembra siano altrettanto consolidati in campo forense, o sono quelle tecniche sulle quali c’è ampio consenso in quella parte della comunità scientifica più specificamente dedicata alle analisi forensi?
 
Un’altra sentenza della Corte di Cassazione, ritenuta importante in anni recenti, la cosiddetta Cozzini (43786/2010), si esprime nel modo seguente su come trattare teorie scientifiche (e tali si possono considerare anche le teorie sui metodi da applicare all’analisi delle tracce di DNA) in contrasto tra loro (pag. 35):
 
“D’altra parte, in questo come in tutti gli altri casi critici, si registra comunque una varietà di teorie in opposizione. Il problema è, allora, che dopo aver valutato l’affidabilità metodologica e l’integrità delle intenzioni, occorre infine tirare le fila e valutare se esista una teoria sufficientemente affidabile ed in grado di fornire concrete, significative ed attendibili informazioni idonee a sorreggere l’argomentazione probatoria inerente allo specifico caso esaminato. In breve, una teoria sulla quale si registra un preponderante, condiviso consenso.”
 
E decisamente dalla letteratura presentata nella motivazione di secondo grado la teoria di non testare se non si poteva procedere ad un’amplificazione multipla pareva quella con il maggior consenso da parte della comunità scientifica.
 
La Prima Sezione Penale nella presente sentenza ha invece adottato una logica del tipo “prima si testa e poi si discute”: benissimo, ne vedremo i frutti al processo di Firenze.
 
E proprio ricollegandoci al prossimo processo veniamo a trattare il secondo elemento di analisi critica, ovvero il famoso coltello come arma del delitto.
 
Cominciamo facendo notare che c’è un intero capitolo nella sentenza di secondo grado riguardante tale coltello e trattante tutti i motivi per cui, a prescindere dalle analisi genetiche, tale strumento risulta molto improbabile nel ruolo dell’arma che ha ucciso Meredith Kercher.
 
Tutti questi elementi (la poca o nulla compatibilità con le ferite, la presenza di amido, l’improbabilità della spiegazione con cui la corte di primo grado ha giustificato la sua presenza in Via della Pergola la notte dell’omicidio, etc.) non sono stati oggetto di contestazione da parte della Procura Generale di Perugia nel suo appello e di conseguenza non sono stati neppure trattati dalla Suprema Corte nella presente sentenza.
 
Si desume quindi che tali argomenti mantengano intatta la loro efficacia anche nel nuovo processo.
 
In questo senso questo autore si sente di criticare il fatto che la Suprema Corte abbia definito la nuova traccia un elemento “di portata non solo significativa ma decisiva”.
 
Ovviamente la Suprema Corte era obbligata a definire tale prova come “decisiva” per poter invocare l’articolo 606 sezione d) c.p.p e giustificare il ricorso della Procura su questo punto, tuttavia lo scrivente contesta che si possa definire “decisivo” il test sulla traccia 36I quando molti altri elementi di prova di senso contrario possono renderla al più un elemento di prova contraddittorio ma non decisivo.
 
Detto questo, e ammetto di aver compiuto un atto di presunzione a pormi sullo stesso piano della Corte di Cassazione, anche accettando la definizione della traccia 36I come “decisiva”, se la si testa e viene fuori che non appartiene a Meredith Kercher, che succede?
 
Si assolve automaticamente perché l’elemento “decisivo” è andato a sfavore dell’accusa e a favore della difesa?
 
Sarebbe troppo ingenuo credere in un tale automatismo, tuttavia questo punto verrà trattato nuovamente, in un più ampio contesto, nell’analisi del capitolo finale, il quattordicesimo.
 

Capitolo 12 – Indagini genetiche.
 
Il capitolo comincia criticando la corte d’appello di Perugia per aver “supinamente recepite le indicazioni dei periti [Conti e Vecchiotti], quanto alla mera inadeguatezza delle indagini condotte dalla Polizia Scientifica” per poi affermare che in sede di motivazione non è stato tenuto conto delle motivate obiezioni dei professori Novelli e Torricelli, consulenti del Procuratore Generale e delle parti civili.
 
Questo primo insieme di obiezioni introduce una questione di metodo che impatterà sicuramente sul nuovo processo, ma anche ben al di là di questo, sfociando probabilmente in un dibattito internazionale.
Sostanzialmente la Suprema Corte aderisce alle obiezioni di Novelli e Torricelli sulla stretta aderenza ai protocolli, propugnata invece da Conti e Vecchiotti.
 
I supremi giudici sembrano infatti concorrere con Novelli che “aveva convenuto che esistono protocolli e raccomandazioni, ma aveva aggiunto che prima di tutto doveva concorrere l’abilità dell’operatore ed il suo buon senso, pena la messa in discussione di tutte le analisi del DNA fatte dal 1986 in avanti” e con la Torricelli che“aveva puntualizzato come a detti protocolli necessariamente è consentito derogare, proprio in ragione della particolarità dei singoli casi”.
 
Su questo argomento lo scrivente si sente costretto a spendere qualche parola, avendo una formazione universitaria nel campo delle scienze fisiche che pur se persa nella notte dei tempi in quanto ai dettagli, gli ha lasciato almeno qualche ricordo sui metodi.
 
Sarà forse perché la fisica non è la biologia, ma sono assolutamente certo di non aver mai sentito dire nel contesto dell’ambito sperimentale che “prima di tutto devono concorrere l’abilità dell’operatore ed il suo buon senso”, avendo sempre ricevuto l’insegnamento che la validità di una misurazione scientifica deve dipendere dai metodi seguiti e dagli strumenti impiegati ma non dalle qualità individuali dell’individuo che la esegue, anche perché è requisito fondamentale che essa sia ripetibile da chiunque possieda analoghi strumenti e segua gli stessi protocolli.
 
Si ricava invece dalla lettura di queste pagine, ma in realtà da tutta la diatriba sulle indagini genetiche in questo processo, la sensazione che in questo campo ci si trovi di fronte più ad un’arte (dove molto dipende dall’ ”operatore”) che ad una scienza esatta (dove il risultato deve essere indipendente dall’ “operatore”), almeno per quel che riguarda la determinazione e l’attribuzione dei profili genetici, essendo evidente dalla lettura degli atti processuali che molto viene lasciato all’interpretazione dei singoli “operatori”.
 
Orbene, se questo è lo stato  delle cose nella genetica forense non ci si può che adeguare ad esso, tuttavia deve essere ben chiaro, soprattutto ai giudicanti, togati e popolari indifferentemente, che, contrariamente a quanto mostrato in numerose serie televisive estremamente popolari, non ci sono macchine in cui si inserisce il campione e da cui esce, dopo rigorosa analisi matematica, la foto del sospettato, bensì una serie di interpretazioni individuali con ampio margine di soggettività.
 
Questo è molto importante perché oggigiorno le giurie hanno una fede pressoché assoluta nel valore della “prova regina”, ovvero il DNA, immaginando confusamente però, il più delle volte, che l’attribuzione di un profilo genetico segua gli stessi passaggi della risoluzione di un’equazione matematica, il che sicuramente non è vero e questo dovrebbe essere chiarissimo ai giudicanti.
 
Forse ancora più importante è l’aspetto trattato subito dopo dalla Suprema Corte in questo capitolo,
 
ovvero quello della contaminazione, sul quale citiamo estesamente le parole dei supremi giudici:
 
“L’aspetto ancora più sorprendente è stato quello di recepire senza alcun senso critico, la tesi sostenuta dai periti sulla possibile contaminazione dei reperti, tesi del tutto disancorata da un dato scientifico idoneo ad accreditarla concretamente. L’ipotesi indimostrata di una contaminazione è stata assunta quale assioma, […] laddove i dati acquisiti non consentivano di addivenire a simili conclusioni. Era stata esclusa anche dagli stessi periti [quali? Conti e Vecchiotti?] la contaminazione da laboratorio. Il professor Novelli disse che della contaminazione deve essere dimostrata l’origine, il veicolo”.
 
Viene poi fatto una lunga citazione di elementi che dimostrerebbero l’assenza di contaminazione in laboratorio, ma visto che nella sentenza di secondo grado era stata ritenuta ben maggiore una probabilità di contaminazione nella fase di refertazione (Hellmann pag. 89-93), si procede a negare pure questa.
 
Innanzitutto, poiché nella sentenza di secondo grado si era fatto riferimento alla presenza del DNA di Sollecito su di un mozzicone di sigaretta, viene addirittura ridicolizzata la possibilità che tale DNA sia “trasmigrato” sul gancetto del reggiseno di Meredith Kercher, senza però considerare che per la sentenza di secondo grado quello era solo un esempio: “ma il DNA di Sollecito era certamente presente nel resto della casa, tanto da essere stato rilevato, per esempio, su un mozzicone di sigaretta, né potendosi escludere su altri oggetti non repertati” (Hellmann pag 93).
 
Ancor più lacunosa appare poi l’assenza di ogni riferimento alla presenza di altri profili maschili sul gancetto di reggiseno, che nel processo di secondo grado era stato ritenuto uno degli elementi chiave a favore della contaminazione.
 
Si potrebbe anche dire che nessun test quantitativo su possibilità di contaminazione per trasferimento multiplo è mai stato effettuato dalla Polizia Scientifica nell’ambito di questo caso (e forse in nessun caso).
Ma lasciando ora da parte questioni tecnicamente sofisticate (e che peraltro competono più al giudizio di merito che a quello di legittimità), dobbiamo ora volgere la nostra attenzione ad una serie di affermazioni ed argomentazioni che saranno certamente fonte di conseguenze, anche ben oltre i confini nazionali.
 
Prima affermazione:
 
“Né poteva essere affermato, come fu, che nel tempo intercorso tra il primo sopralluogo ed il secondo, compiuto a distanza di più di quaranta giorni, presso la casa locus commissi delicti, ‘vi avessero tutti scorrazzato’, visto che alla casa furono apposti i sigilli ed in detto intervallo nessuno ebbe l’opportunità di accedervi, come risulta dai dati processuali.”
 
Premesso che Sollecito, dopo aver letto la motivazione ha pubblicamente affermato che i dati processuali indicherebbero proprio l’opposto, cosa che sicuramente sarà approfondita nel nuovo processo, quello che si vuol far notare qui è che i filmati girati durante il secondo sopralluogo mostrano uno stato dei luoghi totalmente diverso da quello che si vede nei filmati dei primi giorni.
 
Chi sia stato e quando ovviamente i filmati e le foto non lo dicono, ma che sia successo è evidente ed era stato infatti detto nella sentenza di secondo grado che “è certo che tra il sopralluogo della Polizia Scientifica, nella immediatezza della scoperta del delitto, e il secondo sopralluogo della stessa Scientifica del 18 dicembre, la casa di Via della Pergola fu oggetto di più perquisizioni, dirette a ricercare eventuali altri elementi utili per le indagini, nel corso delle quali la casa venne messa a soqquadro, così come documentato anche dalle fotografie proiettate dalla difesa degli imputati ma realizzate dalla stessa Polizia. E queste perquisizioni vennero comprensibilmente effettuate senza le cautele che accompagnano le indagini della Scientifica, nella convinzione che ormai, comunque, i reperti da sottoporre ad indagini scientifiche fossero stati acquisiti.” (Hellmann pag. 90-91)
 
Seconda affermazione:
 
“i dati obbiettivi raccolti deponevano per l’assenza di evidenze (già messa in luce nella sentenza di primo grado da pag 281 in avanti, in cui si fece riferimento alla video registrazione delle operazioni di refertazione avvenute con le cautele da protocolli della polizia scientifica, adusa ad interventi di questa natura) accreditanti l’ipotesi della contaminazione”
 
Tra tutte le cose i supremi giudici dovevano citare proprio quei video che nell’udienza del 25/07/2011 il professor Conti esaminò in aula passo passo, evidenziandone le discrepanze rispetto a quelle che avrebbero dovuto essere le procedure seguite.
 
Ora, mentre su alleli, stutter e tante altre questioni riguardanti la profilazione del DNA, la gran massa del pubblico è totalmente ignorante e non può che rimettersi agli esperti, chiunque abbia gli occhi non può non vedere se non si usano le pinzette quando si dovrebbe o se non ci si cambiano i guanti quando sono sporchi o se non si vestono gli appropriati indumenti anti contaminazione quando si dovrebbe.
 
E’ evidente nell’affermazione citata sopra una certa volontà di tutelare il buon nome della Polizia Scientifica, aspetto evidente anche nelle argomentazioni del sostituto PG Riello all’udienza, tuttavia mi chiedo se si pensa di fare un grande favore a questi servitori dello Stato negando in assoluto che ci siano stati errori anche dove essi sono evidenti e visibili da tutti senza necessità di alcuna formazione specialistica.
 
Perché è ben noto che tali immagini hanno già fatto il giro del mondo una volta ed è certo che lo rifaranno una seconda volta durante il nuovo processo e c’è da chiedersi se in tale contesto, particolarmente all’estero, le parole “operazioni di refertazione avvenute con le cautele da protocolli della polizia scientifica, adusa ad interventi di questa natura” non verranno interpretate come “questo è quello che fanno di solito e perciò bisogna accontentarsi”.
 
Terza affermazione:
 
“La corte di secondo grado ha condiviso la tesi della probabile contaminazione avanzata dai periti, basata sul ‘tutto è possibile’, che non è un argomento spendibile […]: il veicolo di contaminazione andava individuato […] non bastava ipotizzare un’insufficiente professionalità degli operatori nella refertazione […] ma soprattutto si è fondato sulla erronea convinzione che incombesse sull’accusa dimostrare l’assenza di agenti contaminanti, laddove i dati […] si basavano […] su un’attività di refertazione compiuta sotto gli occhi dei consulenti di parte che nulla ebbero a rilevare. Tale quadro era tale da poter accreditare una correttezza di procedura che faceva inevitabilmente ricadere su chi lo volesse sostenere, l’onere di individuare e dimostrare il fattore contaminante […] La confutazione della prova scientifica doveva quindi, per forza di cose, passare attraverso la dimostrazione delle circostanze di fatto specifiche e concrete, accreditanti l’asserita contaminazione.”
 
Allora, per prima cosa la tesi della contaminazione non si basa sul “tutto è possibile” (frase del professor Conti già citata nell’appello Galati e totalmente estrapolata dal contesto in cui fu pronunciata) ma, come argomentato dalla sentenza di secondo grado, è basata sulla letteratura in materia e sull’esame delle prove visive.
 
In secondo luogo, a prescindere dagli ulteriori sopralluoghi di cui si è detto sopra, di sicuro l’attività di refertazione svolta dal pomeriggio del due fino alla mattina del sei novembre, non fu svolta sotto gli occhi dei consulenti di parte, per il semplice fatto che tecnicamente non c’erano indagati e quindi nemmeno loro consulenti.
 
Infine per quello che riguarda l’asserzione che la contaminazione vada provata, che ne vada identificato il veicolo e quindi la dettagliata meccanica, in opposizione al concetto della corte di secondo grado, nel corso del 2012 apprezzato su siti e riviste giuridiche italiane, secondo il quale il mancato rispetto dei protocolli che prevengono la contaminazione è sufficiente come prova di avvenuta contaminazione, ebbene qui certamente si genererà una grossa contesa, sui media certamente, ma anche a livello giuridico.
 
Tale affermazione potrebbe essere infatti la base per un ricorso al Tribunale di Strasburgo sulla base dell’articolo 6 comma 3 lettera b) della CEDU, che dice che “ogni accusato ha diritto di … disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie a preparare la sua difesa”: infatti se è richiesto all’accusato di provare in dettaglio l’avvenire della contaminazione ed egli è privato non solo del controllo completo della scena del crimine, ma anche di fonti audiovisive che documentino gli atti di tutti gli operatori in ogni momento e da più angolazioni, nonché della possibilità di effettuare in proprio prelievi ed analisi per documentare tali trasferimenti contaminanti, allora l’accusato è privato delle “facilitazioni necessarie a preparare la sua difesa”.
 
Non si tratta tanto di inversione dell’onere della prova, bensì del negare gli strumenti necessari a sostenere tale onere.
 
Tutto ciò è tanto più vero se si considera che le riprese video, a prescindere dal numero e dalla qualità, non sono nemmeno un obbligo per la legge italiana e che comunque la refertazione avviene nella maggior parte dei casi prima che ci siano degli accusati e quindi prima che essi possano in modo diretto od indiretto avere un controllo sulla scena del crimine, anche qualora la legge desse loro questa facoltà.
 

Capitolo 13 – Analisi delle impronte e delle altre tracce.
 
Questa sezione si occupa, piuttosto sommariamente rispetto alla più lunga e accurata trattazione presente nella sentenza di secondo grado, tanto delle impronte di piede rilevate con il luminol e ritenute dall’accusa (e dalla sentenza di primo grado) impresse con il sangue della vittima che delle tracce di sangue repertate nel bagno piccolo.
 
Oltre a essere sommaria, l’analisi della Suprema Corte verte quasi esclusivamente su due elementi secondari e alquanto periferici nell’economia della sentenza annullata.
 
Dopo aver infatti ammesso che la valutazione dell’impronta sul tappetino del bagno come non attribuibile a Sollecito non è sindacabile in questo contesto trattandosi di un profilo valutativo, la Suprema Corte censura però la sua attribuzione a Guede.
 
Per quanto gli argomenti che i supremi giudici spendono a questo proposito non manchino di una certa logica, non per questo quelli della corte d’appello sono “contro ogni evidenza”, come invece sostenuto dalla Suprema Corte, la quale poi, nel corso di tali argomentazioni, oltre ad assumere apparentemente che la corte di secondo grado abbia fatto confusione tra impronte palmari e di scarpe del Guede, cosa non vera, torna a basarsi pesantemente sulle conclusioni della sentenza riguardante Guede, ancora una volta dando per scontato che le impronte dell’ivoriano indichino un’uscita diretta, senza deviazioni dalla casa e ancora una volta ribadendo che Guede agì “in concorso con altri, così come è stato affermato nella sua sentenza di condanna”.

Ma a prescindere da tutti questi dettagli, l’attribuzione dell’impronta sul tappetino a Guede è un puro fattore accessorio nel contesto di un processo dove l’imputato interessato è Sollecito e dove quello che veramente conta e che non si possa attribuire a lui tale impronta.
 
Ma il punto più dubbio non solo di questa sezione ma forse di tutta la sentenza viene toccato a proposito delle impronte evidenziate dal luminol: innanzitutto si trascura di dire che solo due di esse hanno dato un profilo misto Knox-Kercher (anzi, si afferma erroneamente che esso è misto in tutte e trascurando completamente il fatto che fossero tracce di DNA Low Copy Number, come invece evidenziato dalla corte d’appello), ma soprattutto si afferma apoditticamente “il luminol evidenzia tracce di sangue e non era davvero ipotizzabile che la Knox avesse avuto i piedi imbrattati di sangue della vittima in precedenti occasioni.”
 
Tale frase, a parte il cattivo gusto da battuta macabra, certamente involontario, riprende un’affermazione simile presente nell’appello Galati, dove però almeno ci si era preoccupati di dire che il luminol “esalta principalmente le tracce di sangue”, mentre nella versione della Suprema Corte ogni precisazione è sparita e sembra che il luminol reagisca solo ed unicamente con il sangue.
 

Cosa palesemente non vera.
 
Non si può inoltre non notare che la Suprema Corte, che in questo capitolo riprende con ampie citazioni la sentenza di primo grado per descrivere quali atti la Knox avrebbe compiuto per lasciare non solo queste impronte insanguinate, ma anche svariate altre tracce di sangue nel bagno piccolo, trascuri totalmente quello che invece era elemento fondamentale delle ragioni assolutorie della sentenza di secondo grado, ovvero la negatività delle presunte impronte insanguinate al test della tetrametilbenzidina (TMB), definito dalla corte di secondo grado “molto sensibile,  tanto da riuscire positivo anche in presenza di soli cinque globuli rossi. La stessa dottoressa Stefanoni, inoltre, ha chiarito (udienza preliminare del 4 ottobre 2008) che mentre l’esito positivo dell’esame potrebbe essere ingannevole in ragione della reattività dell’evidenziatore anche ad altre sostanze, l’esito negativo dà certezza sull’assenza di sangue.”
 
Senza entrare in disquisizioni tecniche sull’effettiva sensibilità del TMB rispetto al luminol, quello che si vuole sottolineare qui è che tale aspetto fondamentale (non messo in questione neppure nell’appello Galati) non viene minimamente affrontato, neppure per confutarlo, da parte della Suprema Corte, che però scrive all’inizio di questo capitolo di ritenere fondate “le censure avanzate in termini di manifesta illogicità della motivazione, quanto ai criteri di valutazione in materia genetica”.
 
Allo stesso modo nulla si dice, neppure per confutarle, delle obiezioni mosse dalla sentenza di secondo grado al modo in cui vennero campionate le cosiddette tracce miste nel lavandino o nel bidet e neppure nulla si dice, nemmeno per confutarla, sull’ovvia considerazione che la presenza del DNA di Kercher e Knox sui sanitari che usavano insieme sia cosa del tutto naturale.
 
La Suprema Corte conclude poi il capitolo con un’operazione che non può che sollevare forte perplessità nello scrivente: essa eleva un’argomentazione del tutto secondaria della corte di secondo grado a fulcro delle motivazioni di questa, per poi demolirla.
 
L’argomentazione è quella che nel bagno piccolo non vennero evidenziate tracce di Sollecito e la Suprema Corte, riprendendo la sentenza di primo grado, la “smonta” affermando che egli potrebbe essersi lavato nel vano doccia con abbondanza d’acqua.
 
Ma il punto critico è che quest’argomentazione è nella sentenza di secondo grado poco più che un’appendice conclusiva, una piccola nota finale, mentre nella sentenza della Cassazione viene fatta passare come l’unica risposta della corte d’appello al problema delle tracce miste rinvenute nel bagno, cosa che certamente non fu, perché altre furono le risposte, queste sì ignorate dalla Suprema Corte, come si è detto sopra.
 

Capitolo 14 – Le dichiarazioni della Knox (e conclusioni).
 
L’ultimo capitolo della sentenza inizia affermando che non sono state prese in dovuta considerazione alcune dichiarazioni (o atti, come una telefonata) di Amanda Knox che potrebbero costituire elemento indiziario a suo carico in quanto indicanti una conoscenza dei particolari dell’omicidio che essa non avrebbe dovuto possedere se innocente.
 
In particolare si ritorna ancora una volta su quanto Amanda Knox avrebbe detto in Questura nel pomeriggio del 2 novembre alle amiche inglesi della vittima e cioè “che il cadavere dell’amica l’aveva trovato lei, che era davanti all’armadio, che era coperto da una trapunta, che spuntava fuori un piede, che le avevano tagliato la gola e che c’era sangue dappertutto, laddove nel suo interrogatori del 13/6/2009, aveva escluso di aver visto alcunché.”
 
La prima consistente imprecisione è che la Knox in realtà disse che il cadavere dell’amica era stato ritrovato dentroun armadio (il fatto è riportato correttamente nell’appello Galati), cosa che già dimostra quanto tale presunta conoscenza fosse indiretta e derivante da sentito dire. Il dire “l’ho trovato io” è interpretabile come un’approssimazione per “ero presente al ritrovamento”, mentre il taglio alla gola e il sangue sono dettagli facilmente appresi dalle altre persone presenti, che tali dettagli videro e con le quali la Knox venne lasciata tranquillamente a conversare per un’ora fuori dal villino prima di andare in Questura. In aggiunta a tutto ciò il trasferimento in Questura avvenne sulla macchina di due altri testimoni presenti al ritrovamento con i quali avvenne ulteriore travaso di informazioni.
 
Queste sono evidenti obiezioni che dovrebbero emergere chiaramente e facilmente nel nuovo processo, anche se in realtà avrebbero già dovuto essere abbondantemente chiare a questo punto.
 
Infine la Suprema Corte riprende il tema della telefonata fatta dalla Knox a sua madre alle ore 12.47 italiane del 2 novembre, notte fonda a Seattle, della quale sottolinea il valore potenzialmente indiziario sia per l’orario sia perché a suo dire la Knox in sede di interrogatorio fu reticente o poco chiara su di essa e infine perché avvenne prima delle telefonate di Sollecito ai Carabinieri.
 
Ancora una volta le motivazioni della Suprema Corte destano profonda perplessità nello scrivente: “la sottovalutazione della circostanza non è questione di pura valutazione, se solo si consideri che ancora una volta i dati non sono stati correttamente recepiti dai flussi informativi, avendo ritenuto il Collegio di secondo grado che si fosse trattato di telefonata in contemporanea con quella che il Sollecito fece dapprima al 112 e poi alla sorella [in realtà avvenne il contrario]. In realtà agli atti risultava che la prima a manifestare inquietudine la mattina del 2/11/2007 fu sicuramente la Knox che telefonò alla madre cogliendola in piena notte, che il Sollecito tre minuti dopo chiamò la sorella”.
 
Dunque per la Suprema Corte tre minuti di differenza rendono tali telefonate non in contemporanea: mentre la cosa è vera in senso letterale, tuttavia era evidente nella motivazione di secondo grado che si parlava di un crescendo di preoccupazione nel cui contesto avvengono a breve distanza le une dalle altre le suddette telefonate e non si può credere che i supremi giudici di questa nazione non siano in grado di capirlo.
 
Infine, terminato l’esame delle manchevolezze della sentenza annullata, la suprema corte fornisce quelle che potrebbero essere definite “indicazioni” alla prossima corte giudicante:
 
“Il giudice del rinvio dovrà quindi porre rimedio, nella sua più ampia facoltà di valutazione, agli aspetti di criticità argomentativa, operando un esame globale ed unitario degli indizi, esame attraverso il quale dovrà essere accertato se la relativa ambiguità di ciascuno elemento probatorio possa risolversi, poiché nella valutazione complessiva ciascun indizio si somma e si integra con gli altri. L’esito di tale valutazione osmotica sarà decisiva non solo a dimostrare la presenza dei due imputati nel locus commissi delicti, ma ad eventualmente delineare la posizione soggettiva dei concorrenti del Guede, a fronte del ventaglio di situazioni ipotizzabili, che vanno dall’accordo genetico sull’opzione di morte, alla modifica di un programma che contemplava inizialmente solo il coinvolgimento della giovane inglese in un gioco sessuale non condiviso, alla esclusiva forzatura ad un gioco erotico spinto di gruppo, che andò deflagrando, sfuggendo al controllo.”
 
A parte le questioni “osmotiche”, che lasciamo volentieri alla chimica, queste “direttive” mantengono almeno una parvenza d’imparzialità, in esse infatti non si dà per scontata la presenza dei due imputati sulla scena del crimine, anche se questo lo si capisce quasi solo da quel “eventualmente” messo prima di dell’elencazione delle possibili “situazioni soggettive”, ovvero più o meno dei possibili livelli di responsabilità degli imputati se la loro presenza sul luogo del delitto risultasse certa agli occhi dei nuovi giudici.
 
Bisogna però dire che il tono tutto della sentenza, con la critica pressoché totale della sentenza di secondo grado, l’accettazione quasi completa del ricorso della Procura, le cui argomentazioni vengono spesso riproposte in maniera quasi letterale e gli apprezzamenti più volte espressi verso la sentenza di primo grado, non lascia molto spazio per un’interpretazione positiva da un punto di vista innocentista.
 
Perciò se si vuole usare questa sentenza come chiave di lettura per i possibili esiti del prossimo processo, il modo più immediato di farlo è di esaminare i tre possibili scenari di condanna che essa delinea.
 
Il primo, l’accordo “genetico” sull’opzione di morte, usa un’espressione un po’ enigmatica per definire quello che potrebbe essere uno scenario con premeditazione, una tesi abbandonata già durante il secondo processo, se non addirittura durante il primo, e che quindi è difficile che riveda la luce nel nuovo processo d’appello.
 
Il secondo, la modifica di un programma che inizialmente contemplava solo un gioco sessuale non condiviso dalla giovane inglese, potrebbe essere una riedizione, riveduta e corretta dello scenario prospettato dalla motivazione di primo grado, forse addirittura alleggerito come responsabilità, visto che i supremi giudici, che si suppone ben conoscano il valore delle parole in un contesto penale, non usano i termini “stupro” o “violenza sessuale”, ma solo “gioco sessuale”.
 
Il terzo infine, l’esclusiva forzatura ad un gioco erotico, potrebbe prospettare una partecipazione semplicemente passiva dei due imputati all’atto omicidiario, ovvero essi erano presenti ma non vi presero materialmente parte, mentre misero in seguito in atto attività depistanti perché avevano paura di essere considerati colpevoli anche dell’omicidio.
 
Sorprende un po’ che in due casi su tre si riproponga quel “gioco erotico” che, sebbene considerato elemento quasi certo nelle fasi iniziali del caso, nel corso degli anni e dei processi era apparso sempre più improbabile.
 
Giunti al termine di questa lunga analisi, rammentiamo quindi quanto si era detto sul fatto che la Suprema Corte avesse apertamente descritto Guede come protagonista principale e gli appunti fatti sul coltello nei commenti all’undicesimo capitolo.
 
La traccia 36I del coltello verrà probabilmente testata e se darà esito negativo per il profilo di Meredith Kercher, o anche solo un risultato inconclusivo (ci sono indicazioni nella relazione Conti-Vecchiotti che si tratti di una mistura di DNA maschile e femminile), il probabile effetto sarà quello di far escludere il famoso coltello come arma del delitto: questo assieme al ruolo da protagonista attribuito dalla Suprema Corte a Guede, potrebbe far retrocedere Knox e Sollecito a colpevoli di reati secondari anche in caso di condanna.
 

Ringraziamenti

Voglio ringraziare Clive Wismayer e Rose Montague per i preziosi suggerimenti fornitimi.
http://www.ingiustiziaperugia.org/CommentariocriticoallasentenzadellaCassazionesulprocessoKnox-Sollecito.html
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Durante il secondo sopralluogo la polizia rileva, esaltandole con il Luminol, delle tracce i piedi nudi SOLO nel corridoio fra le due stanze di Meredith e Amanda e nella stanza di Amanda. Tutte le tracce vengono testate dalla stessa Polizia Scientifica, per valutare se questa tracce fossero state lasciate ,dopo essersi imbrattati i piedi col sangue della vittima. I test alla tetrametilbenzidina, eseguiti nel laboratorio della scientifica di Roma, danno esito NEGATIVO, come testimoniano fra l’altro anche i SAL (schede avanzamento lavori), normalmente depositati agli Atti. La Corte di primo grado non sentenzia nulla di contrario a questa valutazione. La corte di secondo grado sentenzia che quelle tracce non sono state lasciate con il sangue e motiva scrivendo fra l’altro che il test già citato è talmente sensibile che risulta positivo anche in presenza di una quantità di sangue assolutamente infinitesimale, asserendo che bastano anche cinque globuli rossi, per renderlo positivo. Neanche nel ricorso della Procura Generale si legge nulla di diverso da quanto riportato nella sentenza di primo grado e men che meno che quelle tracce sono state lasciate con il sangue della vittima. La Suprema Corte di Cassazione invece va oltre la sentenza di primo grado e il ricorso della Procura generale di Perugia e CONTRO la sentenza dei giudici di merito della Corte di Assise d’Appello di Perugia e sentenzia che quelle tracce sono certamente di sangue, sono di Amanda e sono state lasciate dopo che questa si è imbrattata i piedi nel sangue di Meredith. Ergo entra decisamente nel merito, sovrasta le considerazioni di merito degli unici Giudici deputati per legge a farlo, pur non disponendo degli Atti processuali per sua stessa ammissione e di fatto invita la nuova Corte di Appello di Firenze a condannare Amanda. Queste sono le conseguenze terribili e inqualificabili, a cui arriva un Collegio giudicante di tale prestigio e per giunta inappellabile, quando non si attiene ad esprimere solo e soltanto un giudizio di Legittimità, come imposto dalla Legge.

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january 25 2013

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Secondo Nina Burliegh, autore di un dono fatale della bellezza: il Trials of Amanda Knox, Rudy Hermann Guede è nato la vigilia di Natale 1985 ad Agou, una cittadina sulla Costa d’Avorio dell’Africa vicino alla città di Abidjan. Suo padre, Roger Guede, era dal clan Bete, una tribù cristiana in Costa d’Avorio, dove la cultura è fortemente divisa tra cristiani e musulmani. Anche se era cristiano, Roger Guede era un poligamo praticante e Rudy ha un fratellastro in Agou, nato poche settimane dopo la nascita di Rudy.

La madre di Rudy sembra non essere stata molto materna. Rudy è stato lasciato a vivere, già da bambino, con la sorella di suo padre, Georgette, che era il suo unico vero genitore. La madre di Rudy non ha mai avuto altri figli e fa la sua vita oggi come una mercante di romanzi in un bizzarro Abidjan.

La Costa d’Avorio è una zona di lingua francese dell’Africa, così Rudy è cresciuto fino all’età di 5, di lingua francese e patois.

Padre Roger Guede era un ufficiale di grado nell’esercito Costa d’Avorio. Roger aveva un talento per i numeri e si allenava in un collegio per la matematica, quando suo padre morì improvvisamente. Dopo la morte del padre, non c’erano fondi sufficienti per Roger di continuare la sua educazione. Era amaramente deluso e credeva che se poteva emigrare in Russia sarebbe stato in grado di completare la laurea con l’assistenza del governo di quel paese. Non era, tuttavia, in grado di ottenere un visto per la Russia.

Qualcuno gli consigliò che un visto russo potrebbe essere più facile da ottenere se avesse potuto immigrare prima in Italia. Roger è arrivato in Italia nel novembre del 1987, ma presto capì che non gli sarebbe stato permesso di tornare in Russia. Roger si iscrisse ad una scuola di carpenteria, è diventò un tagliapietre e muratore e ha fatto una buona vita con questi traffici per 20 anni. Oggi possiede diverse case e immobili in Costa d’Avorio pagato con i soldi che guadagna col suo mestiere in Italia.

Roger ha portato Rudy a vivere a Perugia nel 1990, quando Rudy aveva 5 anni. A quanto pare aveva poco interesse per il bambino. L’insegnante di Rudy, Ivana Tiberi, notò che il bambino andava a scuola in inverno vestito con solo una maglietta e pantaloncini. La signora Tiberi, incontrando Roger Guede, capì che era troppo immaturo per prendersi cura di un bambino e insegnanti e genitori si organizzarono a turno per prendersi cura di Rudy dopo la scuola fino a quando suo padre, finiva di lavorare. Loro comprarono anche i vestiti per il bambino, soprattutto un bel vestito per la prima comunione. Il figlio della signora Tiberi, Gabriele, dieci anni più di Rudy, era come un fratello per lui e sembrava che ci tenesse profondamente a Rudy. Dice oggi di Rudy, che aveva molti amici e molte persone che lo amavano. Egli dice che Rudy era gentile, non ha mai espresso rabbia, e che era malinconico e non violento.

Tra le persone che lo amavano, però a quanto pare non c’era suo padre. Roger punì Rudy bloccandolo fuori di casa. Il bambino è stato visto spesso aggirarsi per le strade di Perugia a tarda notte. Rudy ha anche accusato il padre di abusi fisici, picchiandolo con un bastone, per esempio. Al momento dell’arresto di Rudy per l’omicidio Kercher, le guardie carcerarie furono istruite a negare l’accesso a suo padre.

Rudy trovato figure paterne sostitutive nel sacerdote che ha assistito la sua prima comunione, e diversi allenatori di pallacanestro che hanno riconosciuto un talento innato per questo sport nel ragazzo.

Nel 1997, all’età di 12 anni, Rudy tornò a Abidjan per spendere le vacanze con la madre. Qualunque cosa sia avvenuta durante quel viaggio, Rudy dopo rifiutò di tornare in quel posto per sempre.

Nel 2004, Roger ritornò nella Costa d’Avorio per una breve vacanza, e perse il suo passaporto. Rimase intrappolato in una rivolta islamica contro i cristiani, evitò per poco un’esecuzione, e non riuscì a tornare in Italia per 7 mesi.

Durante questo tempo, Rudy avrebbe dovuto vivere in Italia con la convivente di Roger, ma i due non si piacevano l’un l’altra. La moglie aveva diversi figli piccoli da parte sua e aveva poco tempo per un adolescente non cooperativo. Rudy era iscritto ad una scuola professionale elevata per il settore alberghiero. Smise di tornare a casa la sera e smise di andare a scuola.

Non c’è alcuna indicazione di cosa Rudy stava facendo in questo periodo o chi era con lui quando andò via di casa. Ancora una volta Ivana Tiberi è intervenuta per aiutarlo. Introdusse Rudy a Paolo Barbini, allenatore della squadra di basket di Perugia semipro. Rudy divenne un bene prezioso per la squadra. Dalla sua cella scrisse questa lettera a Barbini che la signora Burleigh usa come introduzione ad un capitolo:

“Cosa posso dire dei giochi che abbiamo vinto e perso insieme? E’ stato grande quando siamo andati via ai giochi nel minibus Mitico. Ci facemmo un sacco di risate a bordo con Segoloni, che mi ha chiamato “Cioccolatino” Dio, Che bei momenti … Mi ricordo anche quando hai portato a casa tua il piccolo cane tutto nero che hai trovato abbandonato e che spesso l’ho portato a fare una passeggiata … Cosa posso dire, Paolo? Ho molti ricordi, ma queste pagine non basterebbero … Vi ringrazio, Paolo, tua moglie e tuo figlio … Francesco (il fratello che avrei voluto avere). E il piccolo cane nero. ”

Attraverso il suo lavoro nella squadra di basket Rudy fece amicizia con il figlio di un ricco imprenditore, Paolo Caporali, titolare della società Liomatic, una società che ha fondato e ma principalmente per distributori automatici di caffè. Caporali è l’imprenditore più ricco di Perugia e Liomatic è proprietaria della squadra di basket, e la palestra in cui hanno giocato e si sono allenati. Rudy è diventato amico con i bambini, che, dopo la familiarizzazione con le circostanze di Rudy, firmarono una petizione al loro capo per adottare Rudy fino all’età di 18 anni. Rudy aveva 16 anni in questo momento.

Iliana Caporali era la sorella adottata da Rudy Guede per 3 anni. Lei lo ricorda come un dolce, ragazzo timido che ha paura del buio. Lei dice che Rudy era affettuoso, amava i cani, e tendeva ad essere un pò assente con la mente.

Paolo Caporali apparentemente trattatava Rudy come un membro della famiglia. Rudy imparò a vivere nella migliore società e si abituò alle cose comode e belle. Mandarono Rudy ad una scuola di matematica con un’auto ed un autista personale, ma quando non rendeva bene, mentì al riguardo. Caporali ingaggiò un tutor per aiutarlo a superare gli esami a scuola, ma il tutor chiamò a casa per informare Caporali che Rudy non veniva ai loro riunioni.

La scuola non era apparentemente una cosa in cui Rudy era bravo, Caporali prese il ragazzo, ormai quasi 18, e gli diede un lavoro come giardiniere, ma Rudy non sarebbe andato a lavorare comunque sia. Lui arrivava sempre in ritardo e mentiva su ciò che aveva fatto. Iliana Caporali osservò che sembrava che Rudy non sapeva riconoscere il bene dal male.

Quando Rudy aveva 18 anni, Caporali lo mandò via dalla casa e si rifiutò di permettergli di tornare indietro.

Rudy si trasferisce a Milano dove sua zia, Georgette, era immigrata. Era sposata con un uomo di nome Vincent, che a quanto pare piaceva a Rudy e svilupparono un buon rapporto con lui tutto l’inverno e la primavera del 2007. Rudy ebbe un lavoro in un bar ed era molto orgoglioso della sua uniforme. Cominciò a frequentarsi una ragazza italiana. Una notte in un night club, gli scattarono una fotografia con lui e Giorgio Armani, stilista di abiti per uomo. Era molto orgoglioso di questa foto, anche, ed è stato visto usare la foto come sfondo desktop del suo computer.

Nella primavera del 2007, tuttavia, aveva perso il lavoro in caffetteria e tornò a Perugia.

Con l’aiuto della signora Caporali, che aveva ancora affetto per lui, riuscì ad affittare un appartamento per studenti in via Canarino in Corso Garibaldi. Non ci sono indicazioni di quello che faceva per vivere in questo momento. Cominciò a lanciare se stesso nella vita degli studenti della città e qualche volta si spacciava agli studenti europei che non parlano bene l’inglese come un americano, Kevin Wade.

Rudy giocava a basket al campo da basket in Piazza Grimana, lato opposto della strada via Della Pergola n.7, dove era conosciuto da tutti i giocatori di basket, ma nessuno conosceva il suo vero nome. Alcuni lo chiamavano, Body Roga, dopo la star serba nel basket, Deja Bodiroga, ma la maggior parte lo chiamavano il Barone, perché trovavano difficoltà a pronunciare il nome Byron. Guede prese lo stesso stile, dopo la star dell’NBA, Byron Scott.

Sviluppò un’amicizia con uno studente americano, Victor Oleinikov, che era venuto da Seattle. Molti studenti di Seattle vengono a Perugia per completare la loro educazione linguistica, perché Seattle è detta essere “città sorella” di Perugia. Sebbene Oleinikov trovò Rudy essere piuttosto eccentrico e bizzarro, i due formano una forte amicizia e trascorsero molte serate insieme nei bar di Perugia e club . Rudy disse a Oleinikov che suo padre era un programmatore di computer a Firenze che gli dava un assegno settimanale. Oleinikov, di per sè, viveva del denaro dei suoi genitori a Seattle. Dice che mai una volta Rudy gli chiese dei soldi.

Oleinikov osservò che Rudy era un ballerino particolarmente fine e non aveva difficoltà a trovare delle ragazze che volevano ballare con lui. Oleinikov dice che le notizie che affermano che Rudy era raccapricciante sono completamente false. Una notte, quando andavano alla Domus club, tuttavia, il buttafuori, inspiegabilmente rifiutò di permettere l’ingresso a Rudy. Rudy accusa la gestione di razzismo, ma a quanto pare, c’erano molte cose nel suo nuovo amico Victor Oleinikov non imparano a quel tempo.

Rudy non voleva mai andare a casa ed era sempre felice di dormire sul pavimento dell’appartamento di Victor condiviso con compagni di stanza. Questo solo è diventato un problema quando Rudy iniziò ad avere disturbi del sonno molto strani. I suoi occhi erano normalmente cadenti e durante questi attacchi non si poteva dire se era sveglio o dormiva. Rudy si alzava nel mezzo della notte e, utilizzando un comò come una lavagna nera, teneva una lezione come se fosse un professore, passando senza continuità dall’italiano all’inglese. Gli studenti trovavano questa particolarmente inquietante. Quando si svegliava la mattina non aveva alcun ricordo di quegli eventi. Egli disse ai suoi amici che a casa sua dovette nascondere le chiavi da se stesso, perché tendeva ad alzarsi in questo stato e a vagare per le strade, solo per risvegliarsi diverse miglia da casa sua.

Ha anche avuto periodi in cui strisciava sul pavimento e abbaiava come un cane.

Dopo il suo arresto, questi comportamenti sono stati classificati come psicogeni o stato dissociativo Fugue, spesso associata ad un disturbo di personalità multipla e quasi sempre il risultato di un abuso sessuale e fisico durante l’infanzia.

Oleinikov dice anche che Rudy era un consumatore di droga leggera, diventando incapace anche con piccole quantità di hash. Egli osservò Rudy in molte occasioni addormentarsi seduto sul water ad ascoltare il suo iPod. Dice che Rudy esprimeva una paura mortale degli spacciatori che transitavano sui gradini della chiesa nella Piazza in centro. Ha spesso espresso la sua paura degli spacciatori di droga come un motivo per rimanere a casa degli studenti piuttosto che andare a casa a piedi da solo. Alla fine gli episodi di sonnambulismo diventarono troppo frequenti e invadenti e gli studenti lo espulsero. Oleinikov tornò a Seattle subito dopo questo evento.

Benché Rudy non ha mai chiesto ad Oleinikov di avere in prestito denaro, cercò di avere in prestito 10 € da un altro studente, due giorni prima dell’omicidio di Meredith Kercher.

Rudy aveva sviluppato un amicizia con i ragazzi italiani che vivevano al piano di sotto di Amanda Knox e Meredith Kercher. Nessuno di loro sembrava aver conosciuto il suo vero nome e dopo l’omicidio tutti cercarono di prendere le distanze e non introdurlo in casa. Rudy, lo stesso, parlò del suo incontro con Amanda Knox per la prima volta e fantasticò su di lei con gli altri ragazzi che vivevano nella casa. Quando conobbe Meredith Kercher, cosa che accadde durnate un piccolo raduno al piano terra, fu ugualmente molto attratto da lei.

Durante l’autunno del 2007, una serie di eventi divennero fattori di stress per Rudy Guede.

Il 27 settembre, barista, Christian Tremontano, fu svegliato nel cuore della notte da rumori di qualcuno che entrò nel suo appartamento. Andando al piano di sotto, Tremontano scoprì un giovane nero che avrebbe poi imparato che era Rudy Guede, che passava nei suoi averi. Essendo di fronte, Rudy prima afferrò una sedia per respingere Tremontano fuori, come farebbe un domatore di leoni, poi tirò un coltello dalla tasca sul Tramontano e riuscirono ad uscire dalla porta. Tremontano riportò il furto all’ufficiale di polizia, Monica Napoleoni che gli chiese di entrare a presentare un reclamo ufficiale. Quando Tremontano arrivò ​​alla stazione di polizia, la coda era troppo lunga e si arrese all’idea. Non era stato ferito e nulla era stato rubato.

Una notte Tremontano riconobbe Rudy at the Disco Domus e lo aveva fatto cacciare dal buttafuori. Tramontano prese anche a calci Rudy gettandolo fuori dal bar, Merlin, dove lui stesso lavorava.

In questo periodo a Milano, la proprietaria di un asilo nido di nome Maria Del Prato fece entrare nella scuola gli idraulici una mattina di Lunedi per consentire di completare un lavoro. Trovò la cucina essere un disastro totale. Qualcuno aveva preparato una grande quantità di cibo, pasta e spinaci surgelati, e lasciato la sporcizia per tutta la stanza, nel lavandino, su tutti i tavoli. Anche i pallet su cui i bambini facevano i loro sonnellini erano in disordine e, ovviamente, ci era stato lui a dormire. Inoltre, le mancavano 2000 €, il compenso per l’insegnamento che aveva accettato dai genitori il Venerdì precedente.

Il 13 ottobre, l’ufficio legale di Paolo Brocchi in via Del Roscetto a Perugia, fu saccheggiato dal cortile sul retro. L’allarme era stato disattivato e poi ruppero una finestra con una pietra per permettere l’ingresso dei ladri. L’autore accese il riscaldamento in modo che l’ufficio diventò soffocante. Portò via i cocci di vetro rotto della finestra, li portò in un’altra stanza, e li sistemò ordinatamente su una scrivania. Bevve una bibita Fanta dal frigorifero, 3 giacche erano sparse sul pavimento. Rubò dall’ufficio un computer portatile, telefoni cellulari, chiavette USB e una stampante.

Il 23 ottobre, Maria Mandu Diaz, che ha vissuto accanto a Rudy, stava preparando la Vendemmia, la festa del raccolto dell’uva, quando la polizia arrivò per informarla che casa sua a Perugia era stato gravemente danneggiata da un incendio e il suo gatto era stato ucciso nel rogo . I ladri erano entrati in casa attraverso la finestra e diedero inizio all’incendio al 3° piano gettando una sciarpa sopra una lampada. Cucinarono un pasto e gettarono cibo tutto intorno alla cucina. Hanno lasciato il fornello acceso e il frigo aperto. Un vigile del fuoco le ha commentato: “Hanno gozzovigliato”.

Il gatto era morto a causa dei ladri lasciando la porta aperta e chiudendo il suo rifugio.

Ms. Mandu-Diaz ha avuto anche il suo scrigno saccheggiato. Lei era più angosciata dalla perdita dell’orologio d’oro di sua madre che era insostituibile.

Ms. Mandu-Diaz conosceva Rudy casualmente, perché quando si cammina il suo cane, Rudy era spesso fuori dal suo appartamento, cercando di ottenere segnale col cellulare. Notò che era amichevole e coccolava il suo cane.

Di ritorno a Milano il 27 ottobre, Maria Del Prato entrò nel suo ufficio nella sua scuola materna per trovare un giovane nero sganciare il cavo al suo computer al fine di inserirlo in suo portatile. Questo è stato Rudy Guede e la signora Del Prato disse che era molto rilassato. Lui le consigliò di non preoccuparsi; non aveva preso nulla.

La signora Del Prato immediatamente chiamò la polizia alla quale Rudy raccontò la storia che gli era stato detto che poteva acquistare alloggio lì per 50 €. La polizia perquisì il suo zaino e trovò, insieme a un grosso coltello da cucina che aveva preso dalla cucina della scuola materna, un telefono portatile ed un cellulare, ed un orologio d’oro da donna. Il portatile è stato identificato come appartenente allo studio legale di Paolo Brocchi che era stato recentemente svaligiato. Rudy ha detto alla polizia che aveva comprato il portatile da un uomo alla stazione ferroviaria di Milano.

La polizia di Milano voleva tenere Rudy, ma il procuratore disse che aveva i casi più importanti e che Rudy era un problema di Perugia. Lo mandarono di nuovo a Perugia.

Lunedi mattina, Rudy si presentò presso gli uffici legali di Paolo Brocchi per scusarsi per aver tolto loro il portatile. Ancora una volta raccontò la storia dell’uomo alla stazione ferroviaria di Milano.

Il 31 ottobre, Rudy si vestì da vampiro e se ne andò a ballare con le giovani donne che vivevano al piano di sotto da lui. Se qualcuno lo ha visto con Meredith Kercher la notte, come egli sostiene, devono ancora farsi avanti. In 24 ore Meredith Kercher morì, il DNA di Rudy fu trovato nel suo corpo e la sua impronta di mano insanguinata sul cuscino dove Meredith era stesa.

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C’era una volta Amanda e Raffaele, lei studentessa americana di lingue e lui informatico a Perugia.

Si incontrano ad un concerto di musica classica e si innamorano uno dell’altra … il 25 ottobre 2007
  • no aspetta, così è troppo noiosa …
  • Facciamola più intrigante vediamo un po’ .. ecco! L’accusa trova un pazzo ubriacone e spacciatore di cocaina kokomani dopo un anno e la storia diventa:
Amanda e Raffaele si conoscono ad agosto, non si sa come e non si sa quando, ed un giorno, al bar dove kokomani si ubriacava, lo zio di Amanda, venuto dall’America non si come e non si sa quando, presenta i due fidanzatini (in procinto di sposarsi direi a questo punto) all’ignaro Kokomani (che magari si aspettava di fare il testimone di nozze) e precisa, SOTTOLINEANDO, che lui è lo Zio di Amanda e i due ragazzi sono Amanda e Raffaele (famosissimi all’epoca d’altronde)…
  • Mmmm … vabbè dai non è il massimo ma almeno così diventa più interessante, non fa niente che non c’è riscontro a nulla di tutto questo tanto è un film … ok andiamo avanti …
Raffaele ha una casa in affitto da solo in Corso Garibaldi che è a 5 minuti circa a piedi da via della Pergola, dove Amanda abitava con altre coinquiline: Meredith, Filomena e Laura.
I due passano molte giornate insieme, si coccolano, si divertono, fanno escursioni nei paesi vicini a Perugia ed un paio di volte mangiano a casa di Amanda con le altre coinquiline a pranzo. Vivono delle giornate entusiasmanti e sorridono ogni volta che si guardano negli occhi …
Il giorno di Halloween, 31 ottobre 2007, Amanda va a lavorare al pub di Patrick Lumumba, così Raffaele lavora alla sua tesi e poi si ritrovano la sera sul tardi … per poi stare insieme come sempre, prendendosi cura uno dell’altra …
  • Uff! Che palle! Dacci un pò di adrenalina a stò film che cavolo!
  • … ok ok …

arriva un giorno un barbone eroinomane e super-testimone seriale portato dall’accusa che dice di aver visto Amanda e Raffaele in Piazza Grimana, una villetta a pochi passi di via della Pergola, a discutere animatamente, non si sa di cosa e non si capisce di che giorno parla, ma è successo alle 9:00 di sera fino alle 11:30 circa. Non fa niente che quelle sere tra fine ottobre e novembre a Perugia si crepava di freddo, non fa niente che Raffaele ha una casa libera dove può fare che cavolo gli pare, ma secondo il barbone eroinomane e testimone seriale, i due stavano tre ore sotto la pioggia (se si parla della sera 1° novembre 2007)

 e il freddo non si sa a discutere di cosa … In più il barbone eroinomane e super-testimone seriale di omicidi (il suo nome è Curatolo), dice che quando è tornato in piazza Grimana, i due fidanzatini litigiosi non c’erano più e ha visto degli autobus che portavano alle discoteche che caricavano ragazzi … Non fa niente che il 1° novembre non c’era nessun autobus al mondo perché le serate in discoteca erano la notte di Halloween 31 ottobre 2007 …
  • Per il Pubblico Ministero Giuliano Mignini Curatolo è attendibile, anche perché secondo lui, l’eroina non provoca allucinazioni, mentre la cannabis si.
In realtà i due fidanzatini passarono la sera e la notte a casa di Raffaele, visto che era libera ed avevano avuto una settimana intensa di impegni. Il 1° novembre, in particolar modo, Amanda doveva andare a lavorare al pub di Patrick, ma siccome la serata era abbastanza tranquilla, lui non aveva più bisogno di Amanda e, dopo che un’amica di Raffaele passò a disdire il suo bisogno di essere accompagnata alla stazione degli autobus, improvvisamente i due fidanzatini ebbero la serata libera e passarono il tempo a guardare il film: “il favoloso mondo di Ameliè”, poi mangiarono pesce, Amanda leggeva Harry Potter in tedesco a Raffaele e fecero l’amore tutta la notte …
  • Il Giudice di Primo Grado, Giancarlo Massei prese in pieno la versione del barbone eroinomane, super-testimone seriale Curatolo …
  • Dai Giancarlo ancora non siamo soddisfatti! Forza! Sti due fidanzatini ci stanno abbottando i coglioni! Sei tutti noi!…
Secondo la ricostruzione del Giudice Giancarlo Massei, che condannò Amanda e Raffaele rispettivamente a 25 e 26 anni di reclusione, le cose andarono così:
Amanda e Raffaele, dopo essere stati 3 ore al freddo sotto la pioggia, la sera del 1° novembre 2007, si avviano a casa di Amanda in via della Pergola e vanno subito in camera di Amanda (che era più piccola della cella di Raffaele quando era in carcere) e cominciano a fare l’amore per rompere le scatole a Meredith che nell’altra stanza stava leggendo un libro … Non fa niente che un gruppo di più di 5 persone rimasero con una delle due macchine in panne davanti alla villetta di via della Pergola durante quelle ore aspettando un carro attrezzi, hanno testimoniato ed hanno dichiarato che non hanno visto passare nessuno …
  • Scusate, ma perché Amanda e Raffaele non sono andati a casa di Raffaele che era libera e non davano fastidio a nessuno? …
  • Dai! che stai a vedere tutti questi inutili dettagli, facci vedere un po’ di fuochi d’artificio! Forza Giancarlo!
Il Giudice Massei continua:
ad un certo punto della serata, mentre i due stavano in camera di Amanda a fare sesso, improvvisamente bussa alla porta uno sconosciuto … Amanda si riveste e si alza, va alla porta e chi trova? … Rudy Guedé, un ragazzo di colore spacciatore di cocaina e solito rubare negli appartamenti e negli uffici per pagarsi l’affitto dell’appartamento in cui viveva da solo (non aveva lavoro e nessuno alle spalle),  che non conosceva nessuno se non i ragazzi del piano di sotto ed aveva visto una volta Amanda e Meredith di sfuggita ma non aveva mai visto in vita sua Raffaele, che si trovava a passare da quelle parti e … GLI SCAPPAVA DA CAGARE …
  • Ma come?! Ma che trama è questa?! Dove cavolo si è visto che la gente va in giro a bussare alle porte perché gli scappa da cagare? … Dai Giancarlo non ci deludere!

Ma il Giudice Massei non delude:

… nel frattempo Amanda apre la porta al povero nero vittima del fascino stregante di Amanda e si accomoda per andare … A CAGARE … e Amanda, come se nulla fosse, torna in camera sua da letto e si toglie i vestiti di nuovo …
  • Ma perché Meredith in questa storia non poteva andare ad aprire lei che stava leggendo un libro? … Ah, no giusto! Altrimenti Amanda perde la parte di protagonista assoluta, avete ragione perdono!

… In pratica, secondo la ricostruzione del Giudice Giancarlo Massei la storia continua così:

Mentre Amanda e Raffaele erano tornati a fare sesso, Rudy Guedé esce dal bagno, dopo che si è sentito delle canzoni con l’ipod, e viene letteralmente assalito dalle VIBRAZIONI SESSUALI che Amanda e Raffaele emanavano nel corridoio e nella casa …
  • Cazzo Giancarlo, questa si che è roba tosta! Manco Dario Argento ci sarebbe mai arrivato!! … “VIBRAZIONI SESSUALI” … cazzo sei un genio!! Dammi il 5!

… ma la parte bella deve ancora arrivare:

Quando Guedè respira le VIBRAZIONI SESSUALI, improvvisamente viene come posseduto e decide che deve a tutti i costi avere un rapporto sessuale con Meredith … si avventura nella sua camera e, al rifiuto della stessa, perché poverino lui è brutto, entrano in azione Amanda e Raffaele.
Amanda e Raffaele a quel punto non aiutano Meredith, che è loro amica, ma al contrario ed inaspettatamente, aiutano Rudy Guedé a violentare Meredith e poi finirla con dei tagli alla gola … Tutti e tre avevano coltelli: Rudy ha un passato da ladro e faceva furti in uffici e appartamenti con le stesse modalità con cui in realtà è entrato poi in via della Pergola ed inoltre è stato anche preso mentre dormiva in un asilo a Milano con un coltello nella borsa; Raffaele aveva un coltellino sempre in tasca da collezione: non fa niente che non lo ha mai usato per offendere nessuno in vita sua ed ha tutte le persone che conosce che lo dicono, non c’è nessuna traccia di altre persone sul suo coltellino e non ha mai fatto del male a nessuno … Amanda … E Amanda??? … Il Giudice Massei dice che ha usato un coltello da cucina enorme, preso da casa dello sfigato Raffaele e se lo è infilato nella borsa  e lo ha portato a casa sua … Perché?? Perché … NON SI SA MAI (può sempre tornare utile un coltellaccio da 15 cm … ) … Massei dice.
  • Ma la povera Meredith era di corporatura piccola, le sue ferite non sono così grandi e quel coltello avrebbe trapassato il suo collo per quanto è grande … Non c’è sangue su quel coltello e nemmeno il DNA di Meredith in quanto i risultati della scientifica sono totalmente inattendibili, non avendo rispettato i protocolli internazionali. Non ci sono tracce di candeggina, quello che dice la polizia scientifica sono ipotesi mai riscontrate …
  • Dai andiamo! Dettagli!
  • Ma non ci sono tracce di Amanda e Raffaele sulla scena del crimine, ci sono solo quelle di Guedé, ovunque! Come è possibile che abbiano pulito, dove sono i segni della pulizia??!!
  • Dai su non rompete! Sono ancora dettagli, fammi vedere sto film!
  •  Su quel gancetto di reggiseno poi? Ci sono 5 profili diversi … tutti sul pezzo di ferro che fa parte del gancetto, non c’è nulla sulla stoffa; è stato preso circa 46 giorni dopo che la polizia scientifica ha fatto i rilievi e nel frattempo era intervenuta anche la polizia giudiziaria senza precauzioni anti-contaminazione ed ha messo a soqquadro l’intero appartamento. Non c’è nemmeno il profilo di Raffaele su quel gancetto; se si legge male quel miscuglio di tracce, si può trovare il DNA di chiunque.
  • La vogliamo finire con ste noie?!! Finiamo di vedere sto film!!
  • Ma Raffaele che è stato sempre così tanto rispettoso della vita umana, non poteva prendere a calci nel culo sto Guedé anziché aiutare uno sconosciuto a fare una cosa tanto ignobile?!
  • Vogliamo finire di vedere il film! Ti prendo a calci io se non la smetti di rompere!
… nel frattempo arriva un testimone a supporto dell’accusa, una signora: Nara Capezzali, che abita a 800 metri dal luogo del delitto in linea d’area e riesce a sentire i rumori dei lacci emostatici dei drogati che passano sotto casa sua anche con i doppi vetri delle finestre chiuse … Prende psicofarmaci da tempo per sfuggire alla depressione dopo la morte di suo marito ed evidentemente le pillole le danno dei SUPER POTERI …
La Super Capezzali, col suo udito infallibile, sostiene di avere sentito un urlo provenire da via della Pergola la notte del delitto … e questo secondo l’accusa collima con la ricostruzione dei fatti e degli orari …
  • Ma Guedè non dice che il tutto è avvenuto tra le 21:00 e le 21:30? E perché dovrebbe mentire sugli orari? Che interesse avrebbe? Poi il contenuto dello stomaco di Meredith dice chiaramente, senza ombra di dubbio, che il suo assassinio è avvenuto al massimo due ore da quando ha mangiato l’ultima volta (cioè le 19:00) e questo perché il suo stomaco non aveva nemmeno cominciato a svuotarsi ed aldilà dello stress ambientale che possono ritardare il processo di digestione, ci sono dei limiti e le 9:00-9:30 è già tardi
  • Ma dai cazzo! Taci! Questa si che è roba figa! RUMORI DI LACCI EMOSTATICI in remoto, psicofarmaci che danno super poteri, questa sì che è una figata! Grande Giancarlo! Fagli vedere a questi sudici miscredenti!!!

Massei conclude:
Non si sa perché Amanda e Raffaele hanno fatto la scelta di uccidere Meredith, ma dobbiamo prendere atto della loro scelta, LA SCELTA DEL MALE.

Probabilmente sotto l’effetto di droghe, perché non le disdegnavano visto che hanno detto che hanno fumato uno spinello …
  • Peccato che nessuno ha fatto i test per vedere se effettivamente Amanda e Raffaele abbiano usato droghe pesanti o siano abituati a bere molto.
  • Cazzo! Figata! Hai fatto una fusione tra l’Esorcista e Arma Letale 4!!! Giancarlo sei il mio Mito!!!
Applauso del Pubblico …
Come disse Terminator: “I’ll be back” … ed infatti dopo hanno fatto Terminator 2 …
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