Considerazioni

Considerazioni

Capitolo primo sulla custodia cautelare

La custodia cautelare è stabilita dall’articolo 275 CPP.

L’articolo 280 ne regola l’applicabilità

CUSTODIA CAUTELARE

Detta anche carcerazione preventiva, indica la detenzione in carcere dell’imputato, disposta dal giudice con mandato di cattura, su richiesta del pubblico ministero, quando sussistano particolari esigenze. In primo luogo, a carico dell’imputato devono sussistere gravi indizi di colpevolezza. Inoltre, devono esistere esigenze relative alle indagini (per l’acquisizione e il non inquinamento delle prove), timori fondati di fuga, pericolo di uso di armi o altri mezzi di violenza personale e devono risultare inadeguate tutte le altre misure (come il divieto di espatrio, l’obbligo di presentarsi negli uffici di polizia giudiziaria, il divieto di dimorare in un determinato luogo o invece l’obbligo di dimorarvi). La durata massima della custodia cautelare non può superare i due anni (pena massima sei anni), quattro anni (pena massima venti anni), i sei anni (pena massima l’ergastolo o superiore a venti anni). Ovviamente, il periodo di custodia cautelare si detrae dalla durata della pena detentiva.

L’abuso che in genere si fa di questa misura contrasta con l’articolo 13 della nostra costituzione:

 

La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

In casi eccezionali di necessità e di urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.

È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

I motivi per cui in genere viene applicata sono 3:

Inquinamento probatorio;

pericolo di fuga;

reiterazione del reato.

 

Nel tuo caso i tuoi avvocati ne hanno chiesto la revoca una sola volta e precisamente alla fine dell’udienza GUP, giudice dott. MICHELI, che la negò per un solo motivo (essendo venuti meno gli altri due): REITERAZIONE DEL REATO. Poiché poteva decidere una misura meno restrittiva, come ad esempio gli arresti domiciliari, si può dedurre che Micheli ha deciso di negarti anche questi perché tu potevi reiterare il reato anche stando costretto presso casa tua. Ergo potevi uccidere me, Mara o Simona. Questo si traduce in un evidente abuso da parte del Giudice.

Poiché non sussistevano i gravi motivi che avrebbero dovuto giustificare il diniego del Giudice, mi sembra incontrovertibile sostenere che in Italia la custodia cautelare è un Istituto che viene esercitato e abusato, nella maggioranza dei casi, solo e soltanto per esercitare una VIOLENZA FISICA E MORALE sull’indagato al fine di ottenere dichiarazioni e/o confessioni altrimenti non ottenibili e/o non dimostrabili per manifesta incapacità degli inquirenti, che conducono le indagini o per impossibilità a reperire le prove.

 

Capitolo secondo sul reato di falso commesso dal PM

 

Nel tuo caso è stato commesso da parte del PM un reato di falso.

Infatti lui ha mentito al Giudice delle indagini preliminari, quando ha dichiarato che aveva emesso, in base all’articolo 104 CPP un provvedimento restrittivo, che  serviva ad impedire al tuo avvocato di incontrarti in carcere il giorno successivo alla tua detenzione.

Il fatto, di per se gravissimo, per il quale stiamo presentando denunzia presso la Procura di Firenze, ha leso irreparabilmente il tuo diritto di difesa. Ma quello che è peggio è che lascia intendere che è vero che ti è stato negato di parlare con un avvocato durante l’interrogatorio della notte del 06 novembre. Difatti se un PM si inventa di aver emesso un provvedimento restrittivo, per impedire ad un avvocato di fiducia di sentirsi con un indagato in carcere e glielo fa comunicare a voce dal Direttore del carcere, a maggior ragione si deve ritenere che te lo ha negato la notte dell’interrogatorio, quando eri da solo contro tutti.

A tal riguardo ti invierò la sentenza della SC, che riguarda  Amanda e non anche te, perché il nostro avvocato cassazionista GAITO, si dimenticò di scriverlo nel ricorso. In quella sentenza è scritto che quell’interrogatorio, condotto senza una assistenza legale, sia nel tuo caso che in quello di Amanda e del quale non esiste una registrazione, ma solo un verbale di una facciata e mezza, firmata da 33 inquirenti, NON E’ VALIDO NE CONTRA SE NE CONTRA ALIAS.

 

Capitolo terzo sul libero convincimento

 

E’ assurdo che nel nostro codice è contemplato che il libero convincimento del Magistrato vale più delle prove di colpevolezza, da questo ne consegue quindi che un imputato NON E’ TUTELATO DALLA LEGGE, perché se il Giudice si convince della sua colpevolezza, lo condanna anche senza prove o peggio CONTRO le prove. Nella sentenza di primo grado, infatti,  la Corte in nome del suo Presidente MASSEI ha ignorato completamente le testimonianze di 5 persone che sono state davanti alla casa di via della Pergola ininterrottamente dalle 22.30 alle 23.30 della sera del 1° novembre 2007, giorno dell’omicidio, e hanno dichiarato in aula di non aver sentito nessun urlo provenire dalla casa; di non aver visto arrivare nessuno; di non aver visto uscire nessuno; di non aver visto accendersi delle luci nella casa. In altre parole di non aver notato niente di strano e nulla di nulla. Invece la Corte ha scritto che tu e Amanda da soli o con Rudy (lasciando aperte varie ipotesi, in barba all’oltre ogni ragionevole dubbio) intorno alle ore 23.00 avete lasciato la piazza Grimana e vi siete recati a casa di Meredith per ucciderla. Non solo ha scritto anche che il delitto è stato commesso fra le 23.00 e le 23.30 e che Rudy potrebbe essere sopraggiunto in un secondo momento, ma sempre nello stesso spazio temporale, perché gli scappava un impellente bisogno corporale e non ha trovato niente di meglio da fare che recarsi in tarda serata di un freddo giorno di novembre presso l’ingresso di una casa in periferia di Perugia, in cui non era mai stato, per chiedere una ospitalità finalizzata al semplice bisogno di risolvere il suo violento mal di pancia. Dopo aver regolarmente suonato il campanello, si è visto aprire la porta non già da Meredith, che pur essendo stanca dalla precedente notte insonne, per parteciapre alla festa di Hallowin, secondo la Corte si rilassava sul suo letto a leggere un libro (che non è stato mai trovato) senza aver ancora indossato neanche il pigiama, ma da Amanda che proprio in quel preciso momento stava facendo petting, in abiti succinti con te nella sua stanza da letto. Così scrivendo ha anche smentito il suo stesso testimone chiave e cioè Curatolo, che ha riferito in aula di avere visto te e Amanda in piazza ininterrottamente dalle ore 21.30-22.00 alla mezzanotte e di non avervi visto andare via, ma di essersi allontanato lui verso quell’ora per cercare un posto per dormire non prima di aver verificato che voi eravate ancora lì.

 

Capitolo secondo sulle prove scientifiche

 

La Corte d’Assise di primo grado non ha concesso una perizia d’ufficio sul DNA, richiesta dalla tua difesa, è ha motivato in sentenza il suo diniego, esprimendo  una ERESIA SCIENTIFICA e cioè che, per identificare un individuo da un profilo completo di DNA basta che la sua mappa corrisponda per 9 loci su 16, quando persino la Stefanoni, biologa della Polizia scientifica, ha dichiarato in aula, rispondendo ad una precisa domanda, rivoltale dal consulente dell’accusa, durante le udienze disposte dal Giudice Micheli ad ottobre 2008, che: basta che un solo locus su 16 non corrisponda, per imporre la esclusione dell’identificazione.

 

Capitolo quarto sulle INTERCETTAZIONI TELEFONICHE

 

La legge sulle intercettazioni in Italia non è stata modificata, nonostante vi siano state molte proposte di legge, tutte finite nel nulla.

Essa è la 266 CPP

Dispositivo dell’art. 266 Codice di Procedura Penale

FontiCodice di Procedura PenaleLIBRO TERZO – ProveTitolo III – Mezzi di ricerca della prova (Artt. 244-271) Capo IV – Intercettazioni di conversazioni o comunicazioni

  1. L’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione (1) è consentita [295 3] nei procedimenti relativi ai seguenti reati:
    a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4 (2);
    b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4 (3);
    c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope (4);
    d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;
    e) delitti di contrabbando;
    f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono (5);
    f-bis) delitti previsti dall’articolo 600ter, terzo comma, del codice penale (6).
    2. Negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti (7). Tuttavia, qualora queste avvengano nei luoghi indicati dall’articolo 614 del codice penale (8), l’intercettazione è consentita [295 3 b i s] solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa [103 5; c.p. 615bis] (9)

L’intercettazione viene proposta dal PM e autorizzata da un Giudice per le indagini preliminari. L’autorizzazione ha una durata di 15 giorni, rinnovabili di volta in volta con un nuovo decreto del giudice.

Nel nostro caso è stata proposta dalla Polizia giudiziaria, convalidata dal PM e autorizzata di volta in volta da diversi giudici per circa 6 mesi.

Sono stati intercettati nell’ordine prima Francesco Sollecito, poi la moglie, poi la figlia Vanessa, poi il fratello Giuseppe con la moglie Sara ed infine la sorella Teodora. In totale sono state intercettate 39940 telefonate. Le autorizzazioni sono state concesse per la seguente testuale ipotesi di reato:

“IL PADRE FRANCESCO SI STA ADOPERANDO PER ALLEGGERIRE LA POSIZIONE PROBATORIA DEL FIGLIO RAFFAELE.”

In altre parole Francesco Sollecito stava commettendo il reato di difendere il figlio.

Nessuna di queste telefonate è stata utilizzata durante i 2 processi a carico tuo. Quindi sono servite solo per far conoscere agli investigatori tutte le mosse della difesa e per cercare di mandare sotto processo per diffamazione nei confronti della vittima tutti i familiari intercettati.

Ad oggi la posizione dei familiari è stata archiviata anche per questa ipotesi di reato, quindi tutta questa attività investigativa è finita nel nulla, provocando solo un grave danno economico alla comunità.

Rimane quindi un vergognoso abuso della nostra magistratura.

 

 

Capitolo quinto sul SOPRALLUOGO SULLA SCENA DEL CRIMINE

 

Il 01 novembre pomeriggio comincia il 1° sopralluogo da parte della Polizia scientifica di Roma (ritenuta la migliore d’Italia). Alle 00.15 del 02 novembre viene spostato il cadavere della vittima e in corrispondenza della sua schiena viene rinvenuto un pezzetto di sfoffa di reggiseno con attaccati i 2 gancetti di chiusura. L’oggetto faceva bella mostra di se al centro della stanza, in una zona del pavimento pulita, perché protetta dal corpo della vittima. E’ stato immediatamente fotografato ed è stato individuato il punto preciso su cui si trovava, in quanto sono state prese le misure in centimetri della distanza fra esso e la parete frontale e laterale sinistra della stanza, subito dopo l’oggetto è SPARITO, non vi è più traccia di lui, quando il mattino dopo intorno alle ore 10.00 viene ripreso il sopralluogo, interrotto per stanchezza degli operatori intorno alle ore 01.30, ne si trova nell’elenco degli oggetti repertati.

Durante questo sopralluogo la Stefanoni, biologa della polizia scientifica, cancella con una garzina imbevuta di soluzione fisiologica, ogni traccia ematica, venuta alla sua osservazione (impronte parziali o totali di suola di scarpa, lasciate con il sangue della vittima, macchie ematiche sulla maniglia della porta, sugli interruttori della luce, sul rubinetto del lavabo, sul bordo del bidet ecc.) non prima di averle fotografate, con lo scopo di rilevare tracce di DNA. La signora non ha ritenuto opportuno aspettare l’arrivo dei suoi colleghi, esperti in impronte digitali, per dare loro la possibilità di rilevare in corrispondenza della macchie sulla porta e sugli interruttori le impronte palmari di chi le aveva lasciate, ne ha pensato che, per rilevare DNA, sarebbe bastato fare dei prelievi Random, senza cancellare le tracce.

Finito il sopralluogo la casa viene lasciata a disposizione della Polizia di Perugia che effettua, nell’arco di 40 giorni, 3 perquisizioni, di cui una neanche verbalizzata (quindi non si sa neanche chi e quante persone sono entrate e se avevano della protezioni), durante le quali la casa viene messa letteralmente a soqquadro: i mobili vengono smontati e le loro parti vengono portate da una stanza all’altra, le suppellettili, i libri buttati per terra dove capitava e così via. La conseguenza logica di ciò e che la scena del crimine era stata completamente e definitivamente contaminata e resa quindi inservibile.

Invece accadde che il Direttore della Polizia Scientifica di Roma di persona chiede al Giudice l’autorizzazione di effettuare nella casa un secondo sopralluogo, motivando la richiesta con la necessità di fotografare da altra angolazione le impronte ematiche di scarpa (proprio quelle che erano state cancellate dalla  sua collaboratrice dott.ssa Stefanoni) SIC…………..

Ottenuta l’autorizzazione, una squadra della Polizia Scientifica torna alla casa, esattamente dopo 46 giorni, per effettuare il secondo sopralluogo e, prima di entrare, circondata come era da telecamere di ogni genere e da una schiera di consulenti armati di macchine fotografiche super professionali, si protegge con tute, guanti, mascherine e calzari, per non contaminare una scena del crimine, ormai completamente e definitivamente contaminata.

Una volta entrati, gli operatori della scientifica insieme ai vari consulenti delle parti, non trovano neanche un impronta, come era ovvio, ma cominciano una repertazione random di tutto ciò che capitava: oggetti di ogni genere e i vestiti di Meredith, che vengono messi alla rinfusa in una grossa valigia.

Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, quando ormai tutti i consulenti erano andati via, un operatore, rovistando sotto la scrivania nella stanza della vittima, trova sotto un tappetino scendiletto accartocciato il pezzo di stoffa del reggiseno con i due gancetti.

Questo viene dapprima fotografato, quindi preso con un guanto sporco, perché era stato già utilizzato durante tutto il sopralluogo, viene passato di mano in mano fra altri operatori, che indossavano anche loro guanti che erano sporchi per lo stesso motivo, viene infine rimesso sul pavimento sporco, rifotografato e finalmente repertato.

Quello che emerge da questo discorso è che con una motivazione falsa il Direttore della Polizia scientifica ha chiesto di far effettuare un secondo sopralluogo solo e soltanto per permettere il ritrovamento di questo oggetto, depistando tutti i consulenti.

Sui gancetti e solo su quelli la Stefanoni ha scoperto, guarda caso, una traccia mista di DNA, prodotta da almeno 4 contributori, fra i quali c’era, secondo lei, Raffaele, Meredith e altri due contributori di sesso maschile, non individuabili perché non poteva confrontarli in quanto disponeva solo dei profili completi di Meredith, Rudy e Raffaele. Ergo gli altri due contributori di sesso maschile non esistono semplicemente per il fatto che non possono essere individuati.

Nella sentenza di primo grado il giudice MASSEI scrive che non vi è contaminazione, perché non è l’accusa che deve dimostrare la genuinità del reperto, ma è la difesa che deve dimostrare la contaminazione, SIC………. e che, pur se il DNA non è databile, quello di Raffaele sui gancetti è databile ed è stato lasciato proprio la sera del delitto.

I periti d’ufficio nominati dalla Corte d’Assise d’appello di 2° grado hanno stabilito invece che il reperto è contaminato e che, trattandosi di una traccia mista con diversi contributori, conoscendo il profilo di una persona, questa  potrebbe essere trovata su quella traccia. Addirittura, rispondendo ad una domanda specifica del giudice Pratillo Hermann, hanno dichiarato che,  conoscendo il profilo DNA del Giudice, avrebbero potuto individuare anche il suo profilo.

Nel maggio del 2009 un consulente medico legale di Raffaele, autorizzato dalla corte di primo grado, potè analizzare la federa del cuscino su cui era adagiato il corpo di Meredith e scoprì la presenza di macchie, riconducibili a SPERMA, una eiaculazione completa, non rilevata dalla Polizia Scientifica, che si trovava proprio in prossimità della vagina della vittima.

La nostra difesa ha chiesto ufficialmente alla Corte d’Assise di procedere ad una analisi di queste macchie, per arrivare all’individuazione della persona che le aveva lasciate. Ebbene la Corte ha RESPINTO la richiesta, (per cui ancora oggi non sappiamo a chi appartengono) scrivendo in sentenza che: il DNA non è databile (mentre quello di Raffaele sì) e che quelle macchie potevano appartenere al fidanzato di Meredith, tralasciando di considerare che la ragazza non si vedeva con il fidanzato da almeno 4 giorni prima della sua morte. Quindi si può desumere che questa povera ragazza, secondo la Corte d’Assise con presidente il Giudice Massei, dormiva tranquillamente da almeno 4 giorni su un cuscino, la cui federa era sporca dello sperma del suo fidanzato.

 

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